Motorola, una delle aziende storiche del mercato dei cellulari, è in crisi ma, per dirla tutta, è in difficoltà da un paio di anni, ormai. La compagnia statunitense che ha dato una forma concreta al concetto astratto di “telefono mobile” e ha dettato legge per anni nel suo campo non è più capace di rispondere alla richiesta di innovazione del suo settore. Nokia, la rivale di sempre, l’ha surclassata e ora la concorrenza spietata di Apple e dell’I-Phone l’hanno messa in ginocchio. La risposta dei vertici aziendali è stata, a nostro avviso, la più insensata che si potesse prendere: azzerare la divisione europea specializzata in ricerca.“Battere l’iPhone si poteva. E alla Motorola di Torino avevamo già allo studio un paio di nuovi modelli pronti a competere con lo smartphone della Apple. Poi è arrivata la batosta dei licenziamenti e la tragedia del vedersi trasformati in disoccupati (probabilmente) costretti a scappare all’estero. Pensare che ci chiamavano gli ingegneri più bravi d’Europa, ci chiamavano…”.
Parla così R. B., manager del centro di ricerca torinese della Motorola, il più grande in Europa nel settore multimedia, uno dei 370 rimasti senza lavoro dopo la decisione della multinazionale americana di azzerare i laboratori piemontesi a seguito della scelta, tutta industriale, di non puntare più sulla piattaforma Symbian, che fa capo a Nokia, ma su Android di Google e su Windows Mobile e P2k. Quello stesso centro che da dieci anni produce saperi, tecnologia e cellulari hi-tech come il Motorola Q, uno dei concorrenti del Blackberry.
Il super-informatico è il primo dipendente del gruppo ad uscire allo scoperto e a parlare in esclusiva con un giornale, senza eccessi e con pudore, pur in una situazione personale e professionale di grave disagio. Il suo è il profilo di un tecnico altamente qualificato e con un buon stipendio (70mila euro lordi l’anno), un’esperienza in aziende internazionali alle spalle e, come molti, una famiglia da mantenere. Un caso, quello della Motorola, che ha spiazzato persino la Cgil che si è trovata di fronte a un’impresa che non aveva al suo interno neppure una rappresentanza sindacale unitaria. “Nella nostra mentalità chi ci pensava? – continua l’esperto – E non è una cosa strana. La notizia della chiusura ci ha lasciati increduli e ci abbiamo messo un po’ a capire cosa stava succedendo perché noi eravamo completamente a digiuno di cultura sindacale e ora ci è rimasta addosso un’amarezza e una rabbia incredibili. Prenda nota di questo: qui ci consideravamo quasi una succursale della Silicon Valley e se tu vai a chiedere a un nerd della Silicon Valley, con tutto il rispetto, cos’è un orario di lavoro o un cartellino da timbrare, quello ti ride in faccia. Lui lavora con la bulimia dello studioso, come si fa in università, e ha l’ansia di arrivare al risultato perché ci sono gioco la sua testa, il suo cuore, la sua creatività. Il resto non conta”.
R. B. rivela anche alcuni particolari sulla vita aziendale dell’ultimo periodo: “Il clima è sempre stato ottimo, ma che qualcosa non andasse lo si era capito già un anno e mezzo fa, dopo la chiusura della Motorola software group inglobata nella Motorola mobile device, che ha causato la fuga di almeno una cinquantina di ingegneri”. Parlando di responsabilità R. B. le attribuisce tutte, o quasi, alla capogruppo negli Stati Uniti: “Motorola ha deciso di abbandonare l’Europa e negli ultimi due anni ha smesso di innovare come avrebbe dovuto e questo rallentamento è stato testimoniato dal sorpasso delle vendite del Melafonino sul Razor, il nostro modello di cellulare più glamour. Ecco perché stavamo lavorando, insieme con altri, proprio al progetto anti-iPhone”.
Intanto arrivano le prime forme di protesta organizzate per gli ingegneri lasciati a casa. Per mercoledì 12 novembre i cyber colletti bianchi hanno indetto uno sciopero di tre ore, dalle 15 alle 18, che si terrà in concomitanza con l’incontro tra azienda e sindacati. Tra i temi da approfondire, la possibilità di accedere alla casa integrazione anche se il gruppo non ha versato i contributi, non essendo comunque obbligata a farlo dal contratto del commercio, con il quale aveva assunto i 370.
“Io spero che le nostre competenze non vengano disperse perché l’unica alternativa, per me come per gli altri, è quella di andare all’estero visto che quasi 400 lavoratori hi-tech la piazza di Torino non è certo in grado di assorbirli. Spero in qualche cavaliere bianco, magari in un fondo, ma voglio credere anche negli sforzi di Comune, Provincia e sindacati, perché qualcuno ci adotti e lo faccia presto, davvero presto”.

[fonte: Il Sole 24 Ore]