L’Italia non piace più alle grandi imprese multinazionali. Un’articolo di Vittorio Da Rold pubblicato sul Sole 24ore il 19 aprile 2008 mostra dati sconfortanti. «Se la produttività langue e il Pil pro capite decresce (con il mercato domestico al traino), gli investitori internazionali dimenticano i pregi del Belpaese e preferiscono altre mete più attraenti. I dati del “Factbook 2008” dell’Ocse sono impietosi: l’Italia è terzultima nella speciale classifica complessiva nel numero di dipendenti appartenenti ad aziende multinazionali. » E in secondo luogo la dipendenza dagli altri paesi : l’Italia non decide quasi più niente, persino da noi si lavora per le aziende straniere.

«Se in Italia ci sono solo 12 occupati su cento che sono alle dirette dipendenze di aziende straniere in Francia (uno dei nostri maggiori partner commerciali) la percentuale cresce al 15,7% e in Germania raggiunge il 26,2% per non contare il Belgio che svetta con il 32% e l’Irlanda che tocca addirittura il 48%, cioè un abitante su due della Tigre celtica lavora in una multinazionale americana o europea. Un problema del sistema industriale italiano? No, anche il settore dei servizi non attrae il capitale straniero: in Italia si contano solo 6 dipendenti su 100 alle dipendenze delle “multinational” mentre in Germania i dipendenti di questo genere toccano quota 6,5%, in Francia il 10,5, in Polonia il 17, in Svezia il 22 per cento. «Ma ciò che preoccupa di più – dice Enrico Giovannini, capo del Dipartimento Statistiche dell’Ocse ed estensore del Factbook – sono i dati relativi ai flussi di investimenti stranieri (Fdi) diretti in Italia».

Un termometro sicuro per calcolare il grado di appetibilità di un Paese. In effetti un rapido sguardo alla tabella Ocse relativa ai cosiddetti “Inward direct investment”, ai capitali stranieri diretti nel nostro Paese, fa capire che nel 2005 sono arrivati in Italia “solo” 224 miliardi di dollari contro i 660 della Germania e i 627 miliardi della Francia, Paesi a noi comparabili. La Spagna ha fatto un raccolto migliore con 371 miliardi di dollari mentre l’Olanda si colloca a quota 209, appena sotto l’Italia, e la Repubblica Ceca può vantare addirittura un bottino migliore con 350 miliardi di dollari. La Gran Bretagna del periodo di Tony Blair è fuori classifica in quanto fa incetta di 831 miliardi nel 2005 dopo averne incassati 700 l’anno precedente e ben 606 nel 2003. L ‘Italia, invece, arriva da un periodo dove nel 2004 sono giunti solo 220 miliardi di dollari, 180 miliardi nel 2003, 130 miliardi nel 2002. Insomma un trend poco dinamico in pieno boom della globalizzazione che dimostra come il Paese abbia sostanzialmente perso l’occasione di attrarre una quota di capitali delle multinazionali che cercavano nuovi mercati. Perché è avvenuto tutto ciò? Naturalmente non c’è solo il fattore produttività al palo (si veda l’articolo sopra) che scoraggia l’investitore straniero, ma anche la burocrazia asfissiante, le infrastrutture deficitarie, la formazione scadente. L’Italia, pur rimanendo la sesta economia dell’Ocse, è scivolata al 20° posto (dietro alla Spagna) se si considera il Pil pro capite. Senza dimenticare che ha il secondo peggiore debito pubblico del mondo ed è ultima per crescita del Pil negli anni più recenti tra i 30 Paesi più industrializzati. E senza trascurare le disparità di reddito, la bassa crescita demografica (+0,08% nel 2006), la bassa fertilità (1,34) e i dipendenti che devono fare i conti con un compenso medio (35.833 dollari l’anno nel 2006 per occupato nell’intera economia) tra i livelli più bassi tra i big industrializzati. »

Fonte: Il sole24ore