Un giardino ordinario di una casa ordinaria, abitata da un uomo ordinario che, al calare delle tenebre, preferisce non sapere chi o cosa vaga tra le piante

Stanotte, mentre si stava preparando il temporale, ho sentito dei rumori nel giardino, come se qualcuno non facesse altro che smuovere le piante. Sarà il vento, ho pensato. Ma quando ho udito un rumore più “ingombrante” degli altri, ho preso il coraggio a due mani e ho alzato la tapparella.
Mi è parso di vedere in fondo al giardino una macchia più chiara del buio che la circondava, muoversi proprio lì, accovacciata, come se fosse guardinga nei miei confronti. Una macchia grossa quanto un essere umano, ma, a giudicare dalla posizione assunta, ben più agile. Sono rimasto a guardarla per un minuto. Poi, ho abbassato la tapparella e sono tornato a letto. Faceva troppo caldo per occuparsene.
Per quanto cercassi di addormentarmi, il risultato era però solo uno: rigirarmi sul materasso, le orecchie tese ad ascoltare anche il minimo rumore. Il vento continuava a soffiare, le piante seguitavano a smuoversi, ma al di sopra di tutti i rumori mi sembrava di cogliere quel pesante fruscio. Compresi anche il punto esatto dal quale scaturiva: il cespuglio di canna indìca, a metà circa del pezzo rettangolare di terreno. Non faceva altro che frusciare.
Non può essere il vento, mi dicevo, e tornavo ad accarezzare l’idea di dare una seconda occhiata là fuori. Stavo quasi per addormentarmi, dopo un lungo minuto senza più alcun fruscio, quando un rumore più forte, vicino alla tapparella, mi fece saltare in piedi, accanto al letto.
Fabrizio, stai calmo, mi dissi. Per quanto cercassi di farlo, mi resi conto che il cuore batteva molto più veloce del solito. Eccola tutta la mia capacità di autocontrollo, ecco il mio scetticismo e il mio distacco di fronte alle cose sconosciute. Mi ero sempre vantato di saper fronteggiare gli eventi con freddezza, sapendo reagire anche a situazioni difficili per chiunque, ma per qualche motivo che mi era impossibile definire, il mio cervello rettile mi aveva fatto scattare in piedi.
È dimostrato, mi venne da pensare proprio in quel momento. È dimostrato che anche l’essere umano più logico ed evoluto, posto di fronte a un brutto scherzo, come un tizio truccato da zombie che esce da un cimitero di sera, anche lui se la fa sotto.
Ottima considerazione, mi avvisò la parte più spaventata della mia mente. Adesso ti manca solo di farti un’idea molto precisa del mostro che c’è lì fuori. Perché è questo che stai pensando, no? Che lì fuori c’è chissà quale mostro merdoso.
Inspirai e feci di tutto per farmi spuntare un sorriso. Mi stavo lasciando andare a un’agitazione immotivata e i pensieri galoppavano. Perciò, dopo aver inspirato nuovamente, rientrai in me stesso e mi accinsi a rialzare la tapparella per controllare che tutto andasse per il meglio.
Mi bloccai di nuovo. Le mani appese alla corda della tapparella, avevo diretto l’udito a cogliere qualcosa. Proveniva dall’esterno. All’inizio non compresi subito di cosa si trattasse, ma sembrava…
un lamento.
Già, ma che tipo di lamento?
Era un verso, forse, non di una persona. O magari, il genere di verso che solo un’anziana seviziata in stato di semincoscienza può emettere.
Che razza di pensieri… Ma è un verso, comunque!
In quell’ora distante dal giorno avevo la mente che pareva pronta a farmi cadere nel peggior scherzo di follia e orrore che possa concepire il cuore notturno. Fuor di dubbio che si trattasse di un verso. Attesi ancora qualche minuto, sempre nella medesima posizione. Come se fossi un insaccato pronto per essere affettato sul tagliere, restai in quella figura allungata lungo la corda della tapparella, mentre identificavo il verso. Sembrava un miagolio.
Quasi mi venne da ridere. Cazzo, mi dissi, era un gatto? Solo un fottuto gatto?
Forse. Ero pressoché pronto a lasciarmi andare all’impeto di una risata che sapeva un po’ di isterico e un po’ di rancido, quando il sorriso mi si ghiacciò sul volto. Era sì un miagolio, ma il miagolio di un gatto morente. D’improvviso si trasformò in un urlo sguaiato, come se allo stesso gatto avessero pestato la coda, peggio, schiacciata con forza. Poi, più nulla. Il silenzio totale.
Dopo qualche secondo, la tapparella sobbalzò a pochi centimetri di distanza dal mio volto e un’ombra oscurò le strette fessure che fino a quel momento mi avevano permesso di cogliere l’esistenza del giardino. I lampioni che filtravano la loro luce fino alla mia camera furono oscurati, perché ciò che si muoveva a pochi metri di distanza, era così vicino a me da impedire il passaggio della loro luminosità giallastra. Assieme all’ombra, un respiro prolungato, come uno sfiatatoio capace di modularsi prima verso un suono acuto, poi verso un suono grave.
Poi, di nuovo il nulla. Silenzio perfetto. La luce dei lampioni tornò a manifestarsi sul mio corpo tremante.
Cosa volevo fare, aprire? Ma certo, era la cosa più logica, no! Fruscii nella notte, qualcosa o qualcuno nel giardino, il verso di un gatto a cui qualcosa stava facendo molto male, un’ombra che impediva alla luce dei lampioni di riversarsi nella camera… e io volevo aprire, giusto per dare un’occhiatina!
Mi sbrigai a chiudere il balcone, e mentre lo facevo, mi rendevo conto che stavo lanciando un segnale a qualunque cosa o a chiunque ci fosse lì fuori: paura. Inoltre, che mi ero accorto della sua presenza. Appoggiai la schiena al vetro e solo in quel momento pensai all’altro balcone aperto, che dava ugualmente sul giardino.
Feci un balzo attraverso la stanza, mi fiondai in cucina e di lì guadagnai lo stanzino che per l’antipatia di chiunque avevo ribattezzato ‘disimpegno’: era una piccola stanza nella quale tenevo attrezzi da lavoro e materiale per la scrittura. La tapparella era alzata di dieci centimetri, potevo vedere da quel margine le mattonelle bianche del piastrellato di fronte alla stanza, prima del giardino e, su di esso, delinearsi già la forma scura di quello che sembrava un piede. Abbassai in tutta fretta la tapparella,
idiota, fai un gran casino, così,
e subito dopo chiusi il balcone.
E a che ti serve, continuò a domandarmi la mente impazzita di spavento. A che ti serve, adesso che sa che sei lì dentro?
“Chi lo sa? Chi cazzo stai pensando?”
Avevo parlato a voce alta. Non male per un ultraquarantenne: farsi spaventare da… che cosa? Molto probabilmente dalla propria immaginazione.
Rimasi immobile nel disimpegno, osservando attraverso le fessure della tapparella. La luce dei lampioni non era disturbata da alcunché. Eppure, se avevo visto un piede posarsi proprio lì davanti, in teoria la massa di quella cosa sul piastrellato avrebbe dovuto gettare la sua ombra, proprio come aveva fatto in camera da letto.
Già. A meno che… non mi fossi immaginato tutto. Potevo davvero arrivare fino a quel punto?
Per questo motivo decisi di rimettermi a letto e far finta di niente. Proprio così. Mi sdraiai sul materasso già umido del mio sudore precedente come se niente fosse. Il tasso di umidità si avvicinava a quello di una Venezia notturna avvolta dalla nebbia, con il risultato che il materasso puzzava, il pavimento puzzava e l’unico a non puzzare ero io, che in quel periodo afoso continuavo a farmi docce fino a spellarmi le gambe. Perciò mi sdraiai sulla mia macchia già bagnata, mettendomi supino. I miei occhi erano rivolti al soffitto, nel buio, e le mie orecchie erano innaturalmente tese per cogliere il minimo rumore. Solo che adesso non si udiva più nulla.
Solo silenzio. Di tanto in tanto il crepitio della tapparella spinta dal vento, ma nessuna ombra a offuscare la luce dei lampioni e nessun tonfo sordo a segnalarmi la presenza di una qualche strana creatura o di un qualsiasi ladro. Già, perché non ci avevo pensato fino a quel momento? Un ladro! Non era la cosa più ovvia? Un appartamento a piano terra, raggiungibile scavalcando una recinzione facile da saltare, sarei dovuto arrivare più facilmente alla logica conclusione. Certo, l’unico punto in cui poterla scavalcare era all’interno dello spiazzo di un condominio con cancellata, ma si sa come vanno queste cose. Alle ore notturne, specialmente in estate, chiunque, ladro o poveraccio che abbia ben in mente la sua meta, riesce a raggiungere il suo obiettivo.
La cosa più stramba, tuttavia, era che non mi era venuto subito in mente. No, avevo preferito pensare a chissà cosa… a una creatura, a una cazzata che neppure un bambino…
E come mai?
Rimasi in silenzio, continuando a fissare il soffitto buio. La domanda aleggiò sopra di me.
Già, come mai avevo pensato subito a un qualcosa che un essere umano fino ai sei anni avrebbe definito con il termine ‘mostro’? Ecco la cosa che più di tutte mi stupì: l’istinto mi aveva portato a mettere da parte la ragione e a far sgusciare fuori dalle segrete stanze dell’infanzia uno dei mostri che si nascondevano nel buio più profondo.
Quello fu il momento in cui giunse il rumore dal salotto.
Impietrito. Questa è l’unica parola che possa descrivere il modo in cui mi sentivo. Ero sdraiato sul letto, come quando in certi incubi qualcosa aleggia nell’aria sopra il tuo letto e ti tiene inchiodato sul materasso, e non hai nemmeno il coraggio di parlare, perché sai che se urlassi, non uscirebbe dalla tua gola il minimo suono.
Perciò ero impietrito sul materasso, mentre dal salotto, grosso modo dalla parte del divano sotto la finestra che dava sulla strada, veniva quel rumore.
Un suono sordo, tipico dei cuscini di pelle piuttosto vecchi quando tornano del loro gonfiore normale, dopo essere stati schiacciati a lungo da chissà quale peso. Quel suono scricchiolante durò a lungo, per lo meno dentro di me, mentre la mia immaginazione non poteva far altro che completare l’angosciante avvenimento che si stava concretizzando in quella stanza, così vicina alla mia.
L’unica cosa che fui capace di fare: gettarmi. Mi girai su me stesso, fino a rotolare giù dal letto, sbattendo il fianco sul pavimento duro, evitando il tavolino con il lume per un paio di centimetri. Soffocai il dolore che mi esplose all’anca, chiusi gli occhi, tutto rapito in quei pochi ma lunghi attimi dalla preoccupazione di non farmi sentire. Quando li riaprii, la prima cosa che pensai fu che dovevo girare su me stesso. Avevo i piedi verso l’armadio a specchiera e la testa era voltata verso il muro. Subito, dovevo girarmi subito, prima che quella cosa arrivasse…
Mi raggomitolai nel poco spazio, mi contrassi un qualche muscolo addominale, smossi le tende con i piedi ma l’importante fu arrivare a guardare il mio volto spaventato specchiato sull’armadio. Gattonai per un mezzo metro, il cuore che macinava come un treno in discesa. Ero conscio che la tensione mi teneva le palpebre aperte come se fossero agganciate da pinze; iniziavo a lacrimare, perfino, ma ero incapace di chiudere gli occhi. Se quella cosa fosse arrivata fino a me… Con la testa mi sporsi oltre il bordo del letto e guardai verso la sala. C’era l’ampio riquadro della finestra senza tapparelle, dalla quale entrava la luce della luna. Proprio in quel tratto di strada non c’erano lampioni, ma non vedendo nulla di insolito, decisi di gattonare fino alla porta della camera da letto. Perciò mi diedi una mossa, prima che fuggisse tutto il coraggio che mi rimaneva.
Dovevo sincerarmi che fosse davvero tutto frutto della mia immaginazione. Feci in silenzio e nell’arco di pochi secondi mi ritrovai con la testa che sfiorava lo stipite della porta. Quindi alzai gli occhi verso l’ingresso, che da quel punto vedevo bene.
Era rimasta nascosta dalla libreria che divideva l’angolo cottura dalla sala, ma dalla nuova posizione che avevo acquisito, essa fu di colpo visibile. Era alta, una sagoma nera contro la luminosità lunare che giungeva dall’esterno. Le braccia erano lungo i fianchi, rilassate – le sue! – ma un poco aperte, come se fosse in attesa che io giungessi. Le gambe allargate, la testa… com’era quella testa? Non lo capii subito.
Solo una cosa mi fu chiara, prima di perdere la consapevolezza che quanto stavo osservando era reale. Conoscevo quella cosa, l’avevo già vista. Quando… quando…
Ho dieci anni. È inverno, di sera e sto tornando da un negozio di alimentari. Mia madre mi ci ha mandato a prendere un pacco di sale, che si è accorta solo tardi di averlo finito. Mi sono offerto io, mi piace andare a fare la spesa. Ma non quella volta, quella volta… dopo inizierò a odiare quella routine. Perché tornando, per la strada isolata che ho sempre fatto, ho incontrato la sagoma inconfondibile, cui darò un solo nome. Il nome della cosa che viene di notte. Il nome della cosa che mi bracca.
La paura.
C’è una stradina, poco più di un sentiero di ghiaia tra palazzi da poco costruiti ai confini della città, in una zona periferica che sa ancora di campagna, e quella stradina collega casa nostra ai primi negozi del quartiere, verso Verona. L’ho sempre percorsa senza alcun problema, senza mai nemmeno spaventarmi dell’oscurità che calava, perché quando accadeva, era per andare in chiesa a pregare il rosario assieme ai miei, oppure per andare a giocare a calcetto nel retro della canonica. Insomma, ho sempre avuto una certa dose di serenità giovanile, oppure di fervore amicale, ad accompagnarmi in quel tratto non più lungo di cento metri.
Però quella stradina fa una curva, quasi a gomito, attorno a una casa abbandonata fin da prima che io nascessi. I miei compagni di classe ne parlano chiamandola la ‘casa del morto’, perché raccontano che sia stata abbandonata a se stessa quando c’è morto un tizio. I compagni idioti raccontano pure che ci sia morto perché si è ucciso dopo aver tagliato la gola alla moglie. Ho sempre veduto con un poco di timore i muri cadenti della casa (come se, dopo quei fatti che mi hanno raccontato più volte, la casa sia andata in decomposizione al posto dei due defunti abitanti), ma ho anche sentito, fino a quella sera del sale, una grande serenità interiore. Non so chiamarla in altro modo.
Stavo bene, all’epoca. Ancora adesso, quando la ricordo, non posso far altro che affermare che si trattasse di… serenità. Da cosa, poi?
Dunque, dicevo… cammino lungo la stradina e, quando arrivo alla casa, il sole ormai è già sceso dietro il Monte Baldo e l’ombra si allunga su tutta la pianura che circonda me e la città, che circonda la mia casa poco lontana e le poche case che si trovano attorno a quel breve tratto di campagna che mi trovo ad attraversare. Forse è un caso se i miei occhi si alzano a osservare dei tondini di metallo che escono da uno dei muri esterni. Visti così, nel contrasto con la luce rossastra e morente del giorno, sembrano due corna. Abbasso subito gli occhi, velocizzo il passo, cespugli di rovi con qualche rara mora selvatica mi graffiano le gambe scoperte e stringo al petto il pacco di sale continuando a guardare – come faccio sempre – i miei piedi che infilano un passo dopo l’altro sul terreno asciutto e polveroso. Calcio qualche sassolino, mandandolo a rumoreggiare sulla ghiaia oltre la curva.
Alzo lo sguardo per osservare dove abbia colpito il sassolino quando atterra, ed è lì che lo vedo.
Sembra un uomo, all’inizio. Un uomo grande, alto. Ma quella sicurezza scompare subito dopo, non appena mi accorgo di come sia la sagoma della sua testa. Una testa che non ha nulla di umano.
Sento qualcosa che cede, non attorno a me. Una specie di schiocco interiore, come se si fosse spezzato un ramo. Lo odo all’altezza del cuore, e temo davvero che qualcosa si sia rotto dentro me, tipo tra polmoni e cuore. Magari una vena, e a giudicare dal calore che sento espandersi sempre più nel torace, dev’essere proprio così.
Tra poco morirò.
Nel giro di pochi attimi, forse di qualche minuto
al massimo!
crollerò a terra, perché lo spavento per quella cosa che ho davanti è così forte, che adesso mi sembra di non sentirlo nemmeno, di non subirlo e di non dover fuggire a tutti i costi. È semplicemente immobilizzante. Però passano i minuti
dici? minuti?
e continuo a essere in piedi, al mio posto. Cioè con il pacco di sale nella mano sinistra che non voglio fare cadere
l’ho abbassata, ma la stringo come se il chilo di sale fosse una croce
voglio continuare a fissare quella cosa lì davanti. Gli occhi sono ancora rivolti all’uomo
mostro
dalla testa strana
spaccata.
A ben guardarla
ma cosa c’è da guardare? Non vedi nulla, è solo una forma buia, fatta di oscurità
la testa è divisa in due parti, come corni giganteschi di un qualche animale del bosco. Il calore dal cuore e dal petto si è diffuso ormai alle spalle e al collo, fino alle braccia e si dirige in fretta verso il basso, allo stomaco. Credo sia proprio quella sensazione a impedire alla paura di avere il sopravvento, di abbattermi totalmente e di mettermi in fuga, diretto chissà dove
inutile scappare senza avere una direzione
finendo magari proprio tra le sue braccia
enormi, legnose, ‘orrorose’.
Ma quando il calore arriva allo stomaco, lì qualcos’altro ha la meglio e quella sensazione di smarrimento che la mia testa ha provato quando si è trovata di fronte l’incomprensibile
orroroso
si è trasformata in un conato. Mi piego per lo sforzo di vomitare, mi inginocchio a terra, sento lo sforzo dello stomaco, una situazione che ho sempre odiato
orrorosa
ma che adesso mi sta letteralmente atterrendo. Però non esce niente.
Quando rialzo gli occhi, non c’è più nulla. Allora corro, adesso sì che corro, sicuro che non ci sia niente di ciò che gli occhi mi hanno fatto vedere.
Però so dov’è, so dov’è, continua a ricordarmi una mente intrisa di terrore.
So dov’è, so dov’è.
Me lo dissi anche adesso che la stavo vedendo, nella parte finale del soggiorno.
So dov’è, sì, ed è lì, oltre la libreria.
Il suo corpo era fatto di un’oscurità quasi tangibile – una macchia contro la luce che veniva dall’esterno – respirava, quel petto enorme si espandeva, le braccia ne seguivano il movimento diaframmatico. Io feci del mio meglio per non fissare la testa spaccata. Perché quando la guardavo, avevo l’impressione che lei guardasse me.
Eccola dov’è. È qui con me.
Com’è possibile, mi chiese la mente spaventata e immobile. Non era capace di slegarsi da quella fissazione. La trovai una cosa assurda, un dato inaccettabile, che proprio mentre ero a pochi metri di distanza dal mostro della mia infanzia, rispuntato da chissà quale incubo, i miei pensieri si fissassero su quel concetto: so dov’è il mostro.
L’ho sempre saputo, in realtà?
Cosa fai, adesso? Te ne vuoi restare fermo lì? Dovrai pure andare da qualche parte…
Certo, rispondo a me stesso, posso chiudermi in bagno e aspettare che venga a prendermi. Magari prima si mostra spuntando da quel vetro che lo divide dalla camera da letto. Oppure… già, oppure posso rifugiarmi… nel giardino!
Non ci avevo pensato prima, tentando di rifuggirlo a ogni costo. Impossibile raggiungere la porta d’ingresso, che era proprio dietro le spalle della creatura, potevo davvero fare retromarcia, chiudermi in camera da letto a chiave per impedirle di seguirmi mentre tiravo su la tapparella, e poi lanciarmi in giardino, attraversarlo di corsa, scavalcare la rete e cercare di raggiungere la strada, dove c’era la civiltà.
Uh sì, e che civiltà! Alle tre di notte, troverò come minimo le strade completamente vuote. E ora che alzi la tapparella, la creatura avrà modo di tornare proprio in giardino attraverso l’altra porta-finestra. E me la troverò davanti.
Mi sentii perduto, non sapevo cosa fare, ma… so dov’è.
Il pensiero continuò a martellarmi, che senso aveva?
Tutto il tempo che impiegai in questi assurdi ragionamenti, infine, le diedero un vantaggio di cui non avevo tenuto conto. Un piede unghiato, nero come la pece, spuntò dallo stipite della porta e si posò davanti ai miei occhi. Ebbi un moto di repulsione, quello non era un piede normale (nossignori, non era nemmeno l’anormale piede di un mostro ‘normale’), bensì un nugolo di insetti, un vorticante insieme di piccole macchie scure che si accavallavano e si ammonticchiavano per dare forma a quello che sembrava un piede.
Mi tirai indietro, preda di uno spavento angosciante, scoprii che ci sono anfratti della nostra paura ben più profondi del peggior timore. Saltai sul letto, mi tuffai dall’altra parte, mi arrampicai alla corda della tapparella e l’alzai quel tanto che, aprendo la porta-finestra, mi avrebbe permesso di passare. Rotolai per terra, diedi una botta con la fronte alla barra inferiore del telaio, la mia pelle nuda percepì la sporcizia di una pavimentazione piastrellata che non pulivo mai, ma anche la differente temperatura, più fresca, dell’esterno. Mi alzai subito in piedi, attraversai scalzo il giardino, mi dovetti fermare una prima volta perché un dolore acuto all’alluce destro mi impedì di poggiare bene la pianta, zoppicai, proseguii facendo leva sul tallone, sbattei il piede sinistro contro una pietra e quasi mi staccai un’unghia
fai che non mi stia seguendo, fai che quella cosa sia ancora lì
però riuscii a raggiungere la rete. Quindi mi ci arrampicai e saltai dall’altra parte. Non mi fermai a guardare dentro casa. Adesso che ero nel parcheggio del condominio sul retro, potevo raggiungere facilmente la cancellata e, scavalcandola, proiettarmi sulla strada principale, dalla quale sarei corso verso l’appartamento dei miei genitori.
Ma quando feci per arrampicarmi, qualcosa dentro di me si incrinò, rendendomi più debole, quasi esausto. D’altro canto, mi sentii anche più freddo rispetto a quando mi trovavo in camera. Adesso che ero fuori, svuotato di colpo di tutta l’umida paura che mi aveva riempito, rimasi a fissare l’angolo oltre il quale c’era la rete del mio giardino. Sarebbe dovuto spuntare di lì, se solo avesse voluto seguirmi.
La creatura con la testa spaccata.
Fatta di buio e di paura.
Mentre il cuore si calmava, mi resi conto che quelle erano frasi che mi dicevo quando ero ragazzino. Quanti anni avevo? Forse…

Sedici. Sedici anni, e a questa età, la gente si aspetta che mi comporti da grande.
Me lo ripeto spesso, perché la gente te lo ripete spesso. Ti fa sentire idiota, se non le stai dietro. Ti fa apparire più cretino di quanto uno non sia realmente. La gente ti costringe a fare delle cose, a volte, anche se non vuoi farle.
E adesso, ora che ho finalmente compiuto sedici anni, mi costringe a scendere quella scalinata. Porta negli ultimi garage del grande condominio in cui abito, dove loro vanno spesso a giocare a Dungeons & Dragons. Ma loro ci vanno di giorno. Adesso, invece, è notte.
La gente spesso è cattiva. E anche i miei amici non sono da meno.
Non so più quante volte gli ho chiesto di poter giocare assieme a loro. Gliene sento sempre parlare in classe, li vedo con il Manuale del Master e con il Manuale del Giocatore. Ci sono disegni bellissimi, fighissimi, e hanno quei dadi strani. Li nascondono subito quando entrano i prof, ma nelle pause non fanno altro che mettersi d’accordo su quando e come giocare la prossima partita. Loro però mi hanno sempre detto di no, che sono uno sfigato di merda e che non vogliono persone strane come me.
Io non sono strano. La gente a volte è strana, invece.
L’ultima volta che gliel’ho chiesto, mi hanno detto che mi faranno giocare solo se sono pronto a superare una loro prova. È importante, mi dicono, perché in base a quello, capiranno se sono capace di affrontare ciò che va affrontato quando si gioca a Dungeons & Dragons. Non lo so cosa ci sia di così difficile da dover affrontare in un gioco, ma in ogni caso non voglio contraddirli, perché voglio far parte del loro gruppo.
“Tutto quello che volete”, gli ho detto su due piedi, rendendomi però subito conto che mi sono infilato un poco la coda tra le gambe.
Ora mi hanno detto ciò che pretendono. Sono le nove di sera, mi hanno dato appuntamento davanti alle scale che portano giù nei garage. Io ho pensato che vogliano subito portarmi nel loro covo per spiegarmi come si gioca. So che ci sono tante regole, ma non è un problema, perché mi piace imparare le regole. Invece, capisco subito che sono lì per la prova.
“Scendi. Vai sotto. E se ci arrivi, senza cagarti nelle mutande, sei dei nostri”, mi dice Francesco, quello che di solito fa il Master.
Io guardo laggiù, dove le scale a chiocciola si perdono nell’oscurità notturna. Che cosa ci vorrà? Nulla, mi dico. E mi muovo per fare il primo passo. Vado, scendo due o tre scalini, ma quando con gli occhi inizio a vedere che c’è un buio insondabile che si apre in un ambiente molto ampio, nel quale di giorno si possono vedere le porte dei garage ma che adesso è solo un pozzo di oscurità, qualcosa scatta dentro di me.
Un calore nel petto, il cuore che inizia a pompare sangue, il calore che si espande e la mente che cerca di giustificare quella sensazione.
È perché sai che c’è qualcosa, lì. Si annida nel buio, e loro lo sanno.
La gente lo sa, nel buio c’è qualcosa.
Cerco di forzarmi, di mettere sullo scalino successivo un altro passo, ma non riesco. La paura ha già la meglio, mi comanda, di più, mi ordina di non fare un altro passo, perché lei è lì, si nasconde nell’oscurità che temo da quando sono bambino.
Ma ora non sono più un bambino, cerco di convincermi.
Per queste cose non c’è età, mi dice però il cuore, che ora fa la corsa podistica per riuscire a inondare tutto il corpo con il suo sangue. Mi sento addosso un formicolio diffuso. La paura è paura, e l’età non c’entra nulla.
Papà dice che non ha senso, la paura.
Ma tu sai che invece lì dentro si nasconde qualcosa. Nel buio. Il buio è paura. Il buio è il rifugio della cosa.
E la gente lo sa. Per questo loro ti vogliono mandare lì sotto, perché vogliono eliminarti una volta per tutte. Non gli passa nemmeno per la testa l’idea di accoglierti nel loro gruppo.
Non posso fare altro che togliermi di lì il prima possibile. Perciò retrocedo.
“Eccolo, la femminuccia di mamma”, dice Francesco.
Ma io scappo, non me ne frega più nulla del gruppo che gioca a D&D. L’importante è scappare, allontanarsi da quel lago oscuro. Una volta che sarò nel mio letto, quella notte, farò di tutto per seguire il consiglio che arriva direttamente dalla parte più nascosta di me.
Fai finta che non esista. Dimenticala. È solo immaginazione.

Certo che sapevo dov’era. Come avevo fatto a non capirlo fino a quel momento? Era talmente ovvio…
So dov’è.
Mi guardai attorno. Non c’era. Non era come quando mi trovavo in casa, che mentre ripensavo al mio passato, lei si era avvicinata e di colpo me l’ero trovata davanti. Perché non si trattava di trovarla in un posto piuttosto che in un altro, o no, nient’affatto!
So dov’è.
La gente è cattiva.
Vero, il pensiero che la gente fosse in fin dei conti cattiva mi aveva accompagnato da quando ero bambino. Si doveva solo alla capacità di controllare – e, direi, tenere a distanza – le emozioni che sorgevano dentro di me l’abilità nel non lasciarmi colpire e abbattere da questa certezza. Ero sempre stato capace di tenere a distanza simili pensieri. Ma adesso, per qualche motivo che non capivo, le cose si erano rimescolate. Non c’era più una netta distinzione come quella che avevo percepito fino alla mia veneranda età. Nossignori, ora… sapevo dov’era.
Non era accanto a me, non era nemmeno in casa. Così come essa non era negli spazi vuoti e bui dei garage notturni, non si era trovata davvero nemmeno sul sentiero che portava dal negozio di alimentari alla casa in cui vivevo da bambino.
La creatura era dentro di me.
Per questo motivo si mostrava solo in certi momenti. Diciamo, quelli di maggior sconforto, quelli in cui la realtà mi spingeva a tirar fuori il peggio.
Ci voleva la prova del nove… Sebbene fossi quasi del tutto certo di questa mia intuizione immediata (un’intuizione a dire il vero mai avuta in precedenza), avrei ben desiderato una sorta di prova del nove. Ma come fare?
Sospirai mentre muovevo un passo in direzione del mio giardino. Certo, un leggero timore si stava di nuovo acuendo nel petto, l’abitudine di paure passate si stava già facendo risentire, ma ero più che certo della mia conclusione. In casa non avrei trovato più nulla, ne ero più che mai sicuro!
Quindi arrivai fino alla rete e scrutai nel buio dentro il mio appartamento. Non si muoveva nulla. Anche guardando in linea d’aria la finestra del soggiorno, in controluce non si notavano movimenti.
Certo che no, è ovvio. L’hai già capito. Non è vera.
Mi arrampicai sulla rete, sperando di non essere osservato da alcun vicino. Ci mancava solo che qualcuno chiamasse la Polizia per segnalare che stavo violando il mio stesso domicilio. Balzai dall’altra parte, molto più sicuro di prima. Sebbene con il cuore di nuovo un poco rumoroso, rimisi piede in camera da letto. Provai una sicurezza mai avuta prima. Mi mossi nell’ambiente oscuro come se fossi in piena luce. Grazie alla luminosità che veniva dall’esterno – il lampione lontano gettava adesso la sua illuminazione piena dentro la stanza, non più ostacolata dalla tapparella – potei vedere l’ambiente in cui mi ero spaventato così tanto, da rasentare la follia.
Se qualcuno mi avesse visto, mi avrebbe giudicato pazzo. Uno spostato, un fuori di testa.
Guardai la mia immagine riflessa sullo specchio dell’armadio. Ero perfino uscito in mutande. Che vergogna! E se davvero qualcuno mi avesse visto, mentre rotolavo per terra in direzione del giardino, mentre scavalcavo la rete? Di più, mentre ero fermo in mezzo al parcheggio del condominio a decidere sul da farsi… Ero rimasto fermo come un baccalà per chissà quanto tempo, ricordando il mio passato, e mi ero totalmente dimenticato di essere in mutande, come nel peggiore degli incubi di bambino.
Mi infilai nello stretto spazio tra armadio e letto, per dirigermi nella zona cucina del soggiorno. Era tutto vuoto, come volevasi dimostrare. Non c’era nulla, né in bagno né nella zona oltre la libreria, verso la porta d’ingresso. Per ultimo, controllai il disimpegno. Ovviamente, nulla di nulla. Abbassai la tapparella fino a terra e socchiusi la porta-finestra. Lo stesso feci nella mia camera da letto. Quindi mi sdraiai di nuovo, nella speranza che sarei riuscito a prendere sonno. Qualcosa si muoveva dentro di me. Qualcosa. Non so bene cosa, ma così, su due piedi, decisi trattarsi dell’adrenalina che ancora circolava nel mio sangue. Infatti ci misi almeno un’ora per riabbracciare Morfeo, e per farlo dovetti mettermi a leggere un libro. Avevo sul comodino Io sono leggenda, di Matheson, nella versione Urania del 1989 intitolata I vampiri. L’avevo già letto, ma lo ripresi in mano e aprii sulla prima pagina.

Nei giorni come quello, in cui il cielo era coperto di nuvole, Robert Neville non era mai sicuro di quanto mancava al tramonto e a volte li trovava già nelle strade, prima di riuscire a rientrare in casa. Se non avesse avuto tanta avversione per la matematica, avrebbe potuto calcolare l’ora approssimativa del loro arrivo…

Mi risvegliai la mattina successiva. La prima immagine che vidi di me, fu il mio corpo adagiato con la schiena sulla spalliera del letto e il romanzo sulle gambe. Ci misi un poco a riconoscermi, ma quando vi riuscii, e mi piacque ciò che vidi, decisi che la giornata poteva cominciare. Solo dopo, verso le undici, presi la decisione di chiamare Marco.
Eravamo d’accordo che prima o poi, in quei giorni di fine agosto, ci saremmo rivisti per una cena assieme. Sperai che fosse libero, e quando la sua voce me lo confermò, anche con una certa allegria, dentro di me provai l’ebbrezza che si prova quando si è certi di aver segnato un punto a proprio favore.

Mi piace apparecchiare per bene, quando ho ospiti a cena. Quali essi siano, mi piace scegliere la tovaglia adatta (al limite uso tovagliette americane o runner, che trovo molto eleganti), i piatti dei colori giusti per le portate e i bicchieri necessari per le bevande. Il vino non può mai mancare, bianco per il pesce, ovviamente, ma rosso – altrettanto ovviamente – per la carne. È raro che usi rosati o bollicine, se non quando c’è da festeggiare qualcosa.
Vero, quella sera avrei avuto di che festeggiare. Potevo chiamarla festa della liberazione, in effetti, o festa della reconquista. Più semplicemente, quando Marco entrò in casa e al vedere la tavola così apparecchiata mi chiese cosa avremmo festeggiato, io gli risposi: “La nostra amicizia”.
Allora mi abbracciò, in fretta, e vestì la sua migliore allegria. Avevamo tante cose da raccontarci.
In effetti, lo ammetto, tirai comunque fuori delle bollicine: un Prosecco della Valpolicella, che avrebbe accompagnato le tartine di pane carasau con pesto di basilico fatto in casa e bottarga. Non conoscete questa combinazione? Provatela, è eccezionale. Al limite, potete sostituire il pesto con una crema di fagioli cannellini saltati in padella con olio, sale di Persia e pepe creola.
Quindi ci sedemmo a tavola, e quando fu il momento di passare alla prima portata, aprii il frigorifero e tirai fuori una terrina d’insalata. D’accordo, era un’insalata di indivia belga con fettine di mele, pinoli, uvetta passa e formaggio greco, ma forse Marco si aspettava qualcosa di più, vedendo come avevo apparecchiato il tutto. Non poté nascondermelo, perché vidi la sua espressione.
“Spero che sia sufficiente, per te”, gli dissi.
“Ma certo, nessun problema!” mi rispose per farmi contento. Ma glielo leggevo negli occhi, la sua soddisfazione stava velocemente scemando. Probabilmente si vergognò di quanto pensava, perché subito dopo ebbe un sussulto e tornò a chiedermi come andasse la vita, così, tanto per cambiare discorso. Era davvero da molto tempo che non ci si vedeva, e ne avremmo avuto di che raccontarci.
Però, prima, gli dissi, mi avrebbe dovuto aiutare a portare in tavola il vero piatto forte della serata.
Il suo sorriso mi comunicò tutta la sorpresa che fui in grado di suscitare in quel piccolo petto che si ritrovava, troppo striminzito malgrado tutta la ginnastica che faceva in palestra. Marco non sarebbe mai riuscito a diventare quell’ometto minimamente carino che desiderava tanto apparire agli occhi delle sue colleghe. Era e rimaneva uno sfigato.
“Allora, che devo fare?” mi chiese quando vide che mi ero perso nei pensieri.
“Vieni con me. È lì dentro…” Gli indicai il disimpegno.
Qualcosa dovette passare per la sua testa, un pensiero veloce, forse un avvertimento distante, ma che – com’era ovvio – non colse perché da Fabrizio, il buon quieto e passivo-nella-vita Fabrizio, non ci si poteva aspettare alcuna sorpresa. Quella cena era, secondo lui, quanto di più sorprendente avrei potuto preparare nell’arco di una giornata.
Sono questi i pensieri della gente. La gente pensa sempre queste cose.
Mi alzai e gli dissi di venire con me verso il disimpegno. La porta era chiusa. Mentre la aprivo, sentivo già i muscoli delle spalle tirare la maglia che avevo indosso. Quando poi udii il primo strappo dietro la schiena e Marco mi domandò cosa fosse stato quel rumore, io mi girai di colpo verso di lui, lo afferrai e lo gettai dentro la stanzetta.
Richiusi subito la porta e non feci fatica a tenerla serrata mentre Marco faceva di tutto per aprirla, perché la mia forza stava aumentando, in fretta. E vedevo gli effetti di quanto mi stava circolando nel sangue, di ciò che si era sprigionato dal cuore di cui tutti avevano abusato in quarant’anni, e lo vidi sulle braccia. Mutarono, la tela della camicia si tirò a tal punto da strapparsi, scena già vista in televisione chissà quante volte in uno di quei telefilm della Marvel. Ma la mia pelle era scura, stava diventando come legno bruciato.
Mi sentii trasformare completamente. Respirai affannosamente, per abituarmi a nuovi polmoni e a un nuovo naso, forse più largo. L’ossigeno che mi entrava in corpo mi faceva girare la testa, e solo quando pensai alla parola ‘testa’, mi resi conto che essa si trovava ben più in alto di prima. Quindi lasciai che Marco riuscisse ad aprire la porta.
Mi vide, indietreggiò, inciampò sui teli di plastica che avevo già sistemato dentro la stanza. Lo avevo visto fare in Dexter. Il serial killer preparava le stanze in cui avrebbe sezionato le sue vittime coprendo pareti e pavimento con teli di plastica. Facile da pulire, dopo il macello. Il mio amico retrocesse col sedere a terra fino alla porta-finestra, guardandomi con occhi spalancati, incapace di parlare. Incapace di capire.
Alla fine, perfino incapace di vivere. Spalancò gli occhi, le sue pupille focalizzarono sempre più un mondo forse differente, e nell’arco di pochi secondi non era già più con me. Certo, il suo corpo sì, e quello era l’importante, ma la sua anima – se mai Dio gliene aveva data una – non era più con lui.
Alzai lo sguardo, osservai ciò che si poteva vedere della mia forma tanto spaventosa attraverso il telo di plastica sul vetro.
Ero alto, sconcio di corpo, con il capo più grosso di una zucca e divisa in due corni, la fronte bernoccoluta, sopracciglia congiunte e occhi rossi stravolti, il naso largo e schiacciato, una bocca ampia come uno strappo, dalla quale uscivano due zanne che arrivavano al mento. Il mio petto era peloso, le gambe piegate verso l’esterno e le dita dei piedi larghe come quelle di una scimmia archetipica.
Andai in cucina, presi il set da coltelli. C’era da lavorare.
E ho scoperto tutto grazie a quanto mi è accaduto stanotte!
Grandi progressi in un solo giorno, che dite? Ho intenzione di essere me stesso, d’ora in avanti, ogni volta che posso. Non è mai bene fingere, la maschera sociale comporta il suo peso. Di tanto in tanto, però, bisogna toglierla e accettare quel che si è. C’è tante gente, lì fuori, pronta ad accusarti. E allora, io ho qualcosa per la gente. Il mio segreto. Lo rivelerò solo a chi deciderò io, magari tramite un bell’invito a cena.
Nel frattempo, mi godo il mio pasto. Poi, quando andrò a dormire, sono sicuro che mi verrà una botta di nostalgia per quella macchia più chiara tra le ombre del mio giardino, veduta nemmeno ventiquattro ore fa. Forse alzerò la tapparella e guarderò fuori, per riconoscere nel buio quell’effetto provocato dall’erba ingiallita. Adesso ho capito che, a volte, risalta nell’oscurità più totale. E pensare che ne ho avuto paura.
Pensare che, la gente, ha sempre giocato con le mie paure. Ora tocca a me giocare un poco con loro.