Brexit significa Brexit, diceva il primo ministro britannico May nel luglio del 2016. A più di due anni di distanza ecco come le cose sono cambiate

SI attendeva per il 10 dicembre il voto del parlamento britannico sul compromesso ottenuto da Theresa May a Bruxelles ma è stato tutto rimandato. Perché?

Perché il compromesso di Theresa May non va bene a nessuno, e il Parlamento britannico l’avrebbe sicuramente bocciato. E dopo tutto questo tempo resta irrisolta una domanda chiave: cosa diavolo significa Brexit?

Di seguito l’esilarante cronistoria dei cambiamenti di significato di questo termine.

Luglio 2016, Brexit significa Brexit

Theresa May

Theresa May

Il motto coniato da Theresa May per rispondere a chi le chiedeva cosa significasse, nel concreto, la Brexit e cosa comportasse per i cittadini britannici. Questa espressione è diventata famosa per vaghezza e stupidità, è la risposta di un politico incoscente che lancia un’intera nazione verso difficoltà sconosciute a tutti.

Gennaio 2017, Brexit significa “hard Brexit”

Si delineano i contorni di un uscita dal mercato unico europeo venduta da May e soci come una prova della forza britannica. Il mercato unico non serve alla Gran Bretagna! Inoltre la Gran Bretagna parteciperà con meno soldi (attenzione, non zero soldi) all’Unione Europea e non sarà più sotto la giurisdizione della Corte europea di giustizia.

Marzo 2017, Brexit significa “saremo fuori in due anni”

Ci siamo, dopo 40 anni di convivenza, il Regno Unito ufficializza il divorzio dall’Unione Europea attivando la proceduta di uscita prevista dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Comincia il conto alla rovescia per stabilire i termini del divorzio. Due anni, non di più, per decidere un accordo. Ma come si gestirà il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord? E Gibilterra? E il mercato comune? Inoltre non è chiaro cosa ne sarà dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito e dei cittadini britannici che vivono nei Paesi UE.

8 giugno 2017, Brexit significa ancora Brexit?

A questo punto il panico. L’Unione Europea comincia a ridimensionare i suoi interessi finanziari nel Regno Unito e così pure fanno molte multinazionali che si erano appoggiate all’Inghilterra per avere una sede nel mercato unico europeo. Mentre i Paesi UE si contendono i resti del (ghiotto) bottino britannico, nel Regno Unito comincia a serpeggiare il panico. La verità è che nessuno sa quanto costerà uscire dalla UE e se sarà una cosa così vantaggiosa come si pensava. Theresa May va alle elezioni intenzionata a raccogliere un’ampia maggioranza, invece riesce nell’impresa di resuscitare i Labour.

13 giugno 2017, Brexit significa tutti insieme per la Brexit

In una disperata rincorsa a una maggioranza che non ha più May tenta di convincere il parlamento che è necessario unirsi per garantire la Brexit nell’interessa del popolo, anche di chi aveva votato per rimanere nella UE. La questione assume i tratti di un siparietto dei Monty Python.

19 giugno 2017, è l’Unione Europea che decide cosa significa Brexit

Cominciano i negoziati tra Regno Unito e Unione Europea e la UE stravince nelle trattative. La UE decide che prima si parla di soldi e di tutto ciò che comporterà, in termini economici, l’uscita del Regno Unito poi, se le cose andranno in maniera soddisfacente, si discuterà di come e se sia possibile per il Regno Unito rimanere nel mercato unico. Gli inglesi pensavano di poter negoziare entrambe le cose insieme, il subordinare una cosa all’altra li mette in grave difficoltà perché si erano accorti che uscire dal mercato unico significava spararsi un colpo in testa.

20 giugno 2017, Brexit significa “soft Brexit”

Le posizioni del governo britannico si ammorbidiscono, ora non si mostrano più i muscoli, si vuole garantire il futuro del commercio della Gran Bretagna con l’Unione Europea e si offre protezione ai cittadini europei che vivono nel Regno Unito o che intendono andarci a vivere. Il Regno Unito inoltre vorrebbe mantenere i legami con la Banca Europea di Investimenti che, in passato, ha finanziato così attentamente l’economia britannica. Sarà possibile?

21 giugno 2017, Brexit singifica “hard Brexit”. Ancora.

Vengono diffusi i piani dettagliati del governo sulla Brexit e, a quanto pare, il governo si illude ancora di poter fare la voce grossa su immigrazione, commercio, mercato unico. Queste proposte devono diventare legge e devono essere sottoposte ai negoziatori della UE. Fattibile? Ni.

22 giugno 2017, Brexit significa siamo membri dell’Unione Europea anche dopo il 2019

Due anni sono pochi per decidere una questione così importante? Perché non mantenere la tessara di soci della UE anche dopo il 2019. Si può fare? Ma per piacere…

Novembre 2018, Brexit significa accettiamo quello che offre l’Unione Europea o siamo fottuti

Alla fine di un lungo ed estenuante negoziato, Theresa May ottiene un compromesso dai rappresentanti dell’Unione Europea. Ovviamente un compromesso che non accontenta minimanete il Regno Unito se non con piccole concessioni, ma la UE è categorica: o così, o niente. May torna a Londra con la speranza che il parlamento la appoggi ma è chiaro a tutti che così non sarà.

28 Novembre 2018, Brexit significa o troviamo l’accordo o saranno guai

La Banca d’Inghilterra diffonde le stime di perdita in caso di “no deal”, nessun accordo, o di accordo con l’Unione Europea sulla Brexit. Sono dati tremendi. In caso di “no deal” il Pil della Gran Bretagna sprofonderebbe dell’8% nel giro di un anno, del 10,5% nei cinque anni successivi. Il prezzo delle case crollerebbe del 30% e la Sterlina del 25%. Tutto questo, tanto per dire, sarebbe evitabile se si annullasse l’esito del referendum sul’uscita della UE.

11 dicembre 2018, Brexit non significa niente, abbiamo scherzato

La sentenza della Corte di giustizia europea, dalla quale il Regno Unito voleva emanciparsi, decreta che il Regno Unito può tranquillamente ritirare la sua richiesta di uscita dall’Unione Europea senza bisogno del consenso degli altri Stati membri (come si pensava). Basta dire “ok, abbiamo cambiato idea”. A questo punto l’opzione “remain”, che quasi tutti i politici britannici non prendevano nemmeno in considerazione, diventa molto concreta. Per scongiurarla Theresa May chiede disperatamente altre concessioni alla UE per presentare il suo compromesso come più appetibile. Decide di scavalcare la Commissione europea e rivolgersi direttamente ad Angela Merkel che la May considera il vero leader della UE. La risposta della Merkel è la stessa della Commissione europea: no.