Quando si parla dello scrittore americano John Fante non si può non associarlo al suo alter-ego Arturo Bandini, protagonista indiscusso di ben quattro romanzi pubblicati fra il 1933 e il 1982 che vanno a comporre la famosa quadrilogia de “il ciclo Bandini”.

La tematica della scrittura, nella forma della ricognizione dell’urgenza di scrivere, è centrale nella totalità dell’attività narrativa dello scrittore americano John Fante. L’orizzonte aurorale dell’arte è il riconoscimento della distinzione teoretica tra natura e umanità:

“La mia parte migliore si destò e tutto quello a cui aspiravo negli oscuri recessi del mio essere affiorò in quel momento alla coscienza. Davanti a me c’era la muta tranquillità della natura, indifferente alla grande città; oltre queste strade, attorno a queste strade, c’era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto (1)”.

Deserto e città, morte e vita

Nella metafora moderna del binomio «deserto» / «città». Tra natura e umanità, tra «deserto» e «città», a detta di Fante, c’è un conflitto costante e insanabile («[…] il deserto attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo […]»), indirizzato a determinare la netta sconfitta di un’umanità destinata allo sterminio, alla morte, nell’eterna lotta tra morte e vita; è la coscienza d’essere umani a tenere lontano il «deserto», in attesa della indubitabile vittoria della morte. Fante riconosce nella morte il destino dell’intera umanità:

“Il mondo non era che un mito, un aereo trasparente, su cui tutto era in transito; anche noi, Bandini, Hackmuth, Camilla e Vera, eravamo qui solo di passaggio per finire poi chissà dove. Non eravamo vivi, noi, ci limitavamo a sfiorare la vita senza mai afferrarla. E poi saremmo morti, tutti sarebbero morti e anche tu, Arturo, avresti fatto la fine degli altri (2)”.

E se «[…] morire è un comportamento eroico […]», vivere è «coraggio»:

“Poco importava cosa fosse – assassino, barista o scrittore- il suo destino era il destino di tutti, la sua fine era la mia fine e in quel momento, nella città di finestre chiuse, c’erano milioni di individui come lui e come me, indistinguibili l’uno dall’altro come fili di erba secca. Vivere era già abbastanza difficile, ma morire era un compito eroico (3).

Benché, soprattutto nella stesura del testo Ask the Dust del 1939, non ci sia rimedio contro il destino desertificante dell’uomo, l’umanità non si arrende e, con «coraggio», mette in atto reazioni di resistenza alla desertificazione. Per alcuni rimedio è il rifugio nel mistero o nella routine rassicurante dell’esistenza:

“Anche lei aveva la sua via di fuga, un varco verso l’appagamento: il rosario. Quella fila di grani bianchi, quei minuscoli anelli consunti in una dozzina di punti e tenuti insieme solo grazie a cordoncini di filo bianco, che a loro volta si spezzavano regolarmente, rappresentavano, grano dopo grano, la sua placida fuga dal mondo […] Ave Maria, Ave Maria, senza mai smettere, migliaia, milioni di volte, preghiera dopo preghiera, il sonno del corpo, la fuga della mente, la morte della memoria, l’annientamento del dolore, la fantasticheria, profonda e silenziosa, della fede (4).

Bandini e l’estetica vitalistica

Inteso da Fante, in senso assi critico, come evasione dalla vita («[…] sonno del corpo, la fuga della mente, la morte della memoria, l’annientamento del dolore, la fantasticheria, profonda e silenziosa, della fede […]»); ad altri, eccezionali, soggetti unico rimedio è buttarsi nella vita, o, viste identificazione fantiana tra vita e scrittura («[…] Bandini. Hai davanti a te dieci anni per scrivere un libro, vacci piano, allora, guardati attorno e impara qualcosa, gira per le strade. Il tuo guaio è che non sai niente della vita» – 5) e differenziazione tra scrittura e cultura istituzionale («La nostra famiglia si trasferì a Boulder quando avevo sette anni e con i miei due fratelli andavo alla scuola del Sacro Cuore. Negli otto anni che seguirono ebbi buoni risultati a baseball, basket e football, e la mia vita non fu ingombrata dai libri o dalla cultura»), buttarsi nella scrittura, nell’arte. L’arte, la scrittura, è unico rimedio, non annichilente, contro la desertificazione dell’esistenza:

“Oh, Bandini, che parli con la tua immagine riflessa nello specchio dell’armadio, quali sacrifici non faresti per la tua arte! Saresti potuto diventare un capitano d’industria, un principe del commercio, un grande giocatore di baseball, un campione dell’American League, con un punteggio di 415, ma no! Eccoti qui, che ti arrabatti giorno dopo giorno, genio affamato, fedele alla tua vocazione! Quale dimostrazione di coraggio! (6)”.

Arte, considerata come vocazione, è unica modalità di «dimostrare coraggio» di vivere, idonea a dotare ogni uomo di efficaci mezzi di resistenza contro l’avanzare del «deserto», contro l’inesorabile scorrere dei minuti verso una irrevocabile condanna a morte:

“Avrei voluto dire che pareva la roba di uno già morto al tempo della mia giovinezza, tempo di tensione e di crisi, di povertà familiare e prosperità paterna, di rabbia contro di lui, di convinzione che Dio dopotutto non governava il mondo, di fame di lusso e di guadagno, per saltare i recinti di casa e di città e mutarmi in qualcun altro: scrivere, scopare e scrivere (7)”.

Nell’enucleazione di un manifesto artistico vitalistico, senza rimorsi: «[…] scrivere, scopare e scrivere […]», preso atto dell’inutilità di rimedi annichilenti come il rifugio nel mistero o nella routine rassicurante dell’esistenza, Fante combatte il corso inesorabile della desertificazione dell’umanità nell’eterno conflitto tra natura e uomo, tra morte e vita, ricorrendo ad una weltanschauung vitalistica basata sul riconoscimento dell’arte/vita come esclusivo mezzo di resistenza dell’individuo all’avanzare del «deserto».

Info
1 Cfr. J. FANTE, Chiedi alla polvere, Milano, Marcos y Marcos, 2004, 161/162.
2 Cfr. ivi, cit., 130.
3 Cfr. ivi, cit., 162.
4 Cfr. J. FANTE, Aspetta Primavera, Bandini, Milano, Marcos y Marcos, 1995, 56.
5 Cfr. J. FANTE, Chiedi alla polvere, cit., 25.
6 Cfr. ivi, cit., 45.
7 Cfr. J. FANTE, La confraternita dell’uva, Torino, Einaudi, 2004, 107/108.