L'architettura oggi, la parola ai protagonisti

Negli ultimi mesi abbiamo parlato di architettura e abbiamo fatto degli excursus tra le biografie di alcuni architetti di fama internazionale. Ora vogliamo cercare di capire cosa sia realmente l’architettura, dalle parole di un protagonista: Joseph di Pasquale, classe 1968, una Laurea in Progettazione Architettonica al Politecnico di Milano, è da sempre impegnato nella ricerca in campo architettonico, sia in senso teorico che nel più concreto ambito pratico. Ha vinto numerosi premi d’architettura e ha realizzato edifici importanti, tra tutti ricordiamo il Guangzhou Circle, simbolo iconico di risonanza mondiale. Noi lo abbiamo intervistato.

L: Ciao Joseph, grazie per la tua disponibilità. Ho articolato una breve intervista in 4 punti chiave. Innanzitutto, uno spunto di riflessione: si cerca spesso di definire cosa sia l’architettura; vorrei invece chiederti cosa vuole dire secondo te essere un architetto.

J: Bisogna fare una distinzione tra ciò che la gente pensa che sia (o debba essere) un architetto e ciò che invece è realmente. Nel pensiero comune, l’architetto è un soggetto che ha l’incarico di disegnare un edificio, di dare cioè forma a un’idea, a un’esigenza specifica. Sarebbe quindi un personaggio talvolta effimero e stravagante, che sostanzialmente arriva per ultimo nel processo che porta alla definizione di un edificio e deve solo concretizzare l’idea in un disegno. La realtà è un’altra. L’architetto è una figura che ha molto a che fare con un ruolo manageriale all’interno di una commessa, perché possiede la “chiave dello spazio” e ha la capacità di tradurre dei valori numerici o delle istanze normative in un corpo di fabbrica. È artefice del dialogo con la committenza, con Enti pubblici e con finanziatori, si occupa di studi preliminari e di pianificazione dei costi. Insomma, quando si arriva alla fase della progettazione vera e propria, la parte difficile è già terminata, il disegno dell’edificio è il divertimento.

L: Quanto pensi che incida sulla validità della carriera di un progettista il legame col mondo della ricerca? Ritieni che per un architetto sia strettamente necessario mantenere un contatto con la realtà accademica o è possibile percorrere strade diverse allontanandosi da essa?

J: Direi che “ricerca” e “università” non siano proprio la stessa cosa. La ricerca è più che altro un atteggiamento, valido in quanto tale, dovrebbe essere imprescindibile per un architetto e andrebbe esplorata in ogni progetto. L’università è altra cosa. Ho un grande coinvolgimento col mondo accademico, tuttavia oggi l’università (mi riferisco al personale in organico) si occupa più che altro dell’approvvigionamento di fondi mediante i titoli della ricerca: l’università ha proprio questo problema, la mancanza di denaro, quindi ci si prodiga in titoli di ricerca accattivanti per veicolare dei fondi nelle casse universitarie, ma di vera ricerca così se ne fa poca. Invece, la ricerca viene svolta spesso in collaborazione con aziende di diversa dimensione che vogliono indagare nuove tecnologie, nuovi prodotti, e chiedono l’aiuto dei laboratori o del personale universitario per sviluppare dei programmi, dei prototipi, per effettuare dei test… Questo è un dato interessante, questo tipo di ricerca è valido, è fattivo, perché strettamente legato alla realtà applicativa.

L: Venendo più propriamente al tuo modo di fare architettura: alcune delle tue realizzazioni – e in particolare quelle in Cina – sono ricche di simbolismo. Cosa ha significato per te riportare in una configurazione architettonica simboli appartenenti ad altri domini culturali?

J: L’esperienza cinese è stata molto importante. Si è sviluppata negli anni in cui il mercato cinese era in espansione, aperto e promettente, mentre adesso non è più così attrattivo. L’edificio chiamato Guangzhou Circle è nato da un concorso. Noi non ci siamo presentati con un progetto convenzionale, ma con un video. Io sono molto interessato al linguaggio cinematografico, esso ha la possibilità di comunicare in maniera sintetica ed evocativa. In Cina si pensa per simboli e perciò abbiamo scelto una modalità di rappresentazione che poteva sposarsi bene con questo modo di vedere le cose. In Occidente noi non pensiamo per simboli, perché dal simbolo siamo passati al codice: il nostro alfabeto è composto di codici che possono comporsi in svariati modi (anche se alcuni hanno un’origine figurativa, come la lettera “m”, che è stata creata per ricordare l’andamento delle onde del mare). In Cina non si è mai passati al codice, l’ideogramma è un simbolo che indica una cosa precisa, finita in se stessa. Il successo dell’edificio che abbiamo presentato è quindi dovuto in parte al video con cui ci siamo candidati e in parte, ovviamente, al suo aspetto fortemente iconico e facilmente riconoscibile. La simbologia intrinseca è così forte che è stata immediatamente colta in tutte le parti del mondo (sono usciti dei servizi ad hoc sullo Guangzhou Circle, nei quali i significati sottesi sono stati messi in luce) e questo rimbalzo mediatico ha confermato il successo dell’edificio, dopo la sua costruzione.

L: L’architettura italiana è al passo coi tempi? L’Italia è al passo con l’architettura contemporanea?

J: In Italia ci sono dei grandi ritardi. Questo da un lato crea anche grandi opportunità, dall’altro sussiste un rischio. Il maggiore problema in Italia è che nessuno decide, né agli alti né ai bassi livelli. Le leggi complicate, la corruzione…sono mali dell’Italia, ma anche altrove esistono le stesse problematiche. Ciò che invece caratterizza l’Italia, distinguendola di fatto dal resto del mondo, è che qui viviamo nella concezione di non decidere. La magistratura blocca tutto, il sistema è molto punitivo, perciò – essendo che al minimo sbaglio si rischia di vedersi indagati per qualcosa – è davvero difficile che la gente si esponga a prendere decisioni. Ormai questa è diventata un’abitudine, anche in ambito privato. I ritardi che abbiamo rispetto ad altre parti del mondo sono quindi opportunità in quanto il gap da colmare necessita di lavoro e iniziative; ovviamente, però, se non si cambia la mentalità e se non si passa a decidere, esiste il rischio che ciò che non facciamo noi venga colmato da investitori stranieri. Ma il messaggio, alla fine vuole essere positivo: siccome abbiamo delle esigenze e anche delle capacità, sta a noi prendere finalmente in mano la nostra vita di nazione e dare una svolta. Non bisogna interpretare tutto in ottica negativa.

Ringraziamo sentitamente l’architetto Joseph di Pasquale per il tempo che ci ha voluto concedere. Speriamo, in questo breve spazio, di aver dato un quadro sul panorama dell’architettura – specialmente italiano – ricco di spunti di riflessione.

 

Sito web: amprogetti.it