Esiste la politica dettata da profondi ideali, che non cede di fronte a nessun compromesso, ed esiste la politica pragmatica, che guarda a cosa accade in un dato momento: la Realpolitik. La politica è certamente una fine combinazione di entrambi i fattori, ma è inevitabile che in un dato momento della Storia domini l’uno o l’altro. Tutto sta nel capire quale teoria sposare e  in quale momento. Le primarie del centrosinistra permettono a questo proposito di fare una riflessione su quale strada sia meglio intraprendere per governare l’Italia nella prossima legislatura.

Questo è un momento cruciale della vita del paese e le prossime elezioni potranno determinare il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo.  Pur comprendendo il ruolo ridimensionato dell’Italia in questo scorcio di XXI° secolo rispetto all’Italia di 30 anni fa, saremmo degli irresponsabili a pensare di non contare più nulla nei nuovi equilibri globali; se non altro per il peso economico che attualmente ancora conserviamo: è il famoso discorso dell’Italia “paese troppo grande per fallire” (ma anche troppo grande per essere salvato). Tutti  in Italia e all’estero se ne sono resi conto: le imprese italiane, strozzate dal credit crunch ed impegnate a vendere i nostri prodotti all’estero, l’Unione Europea, preoccupata di vedere un’Italia instabile e in perenne crisi, e persino gli Stati Uniti di Obama, che hanno seguito da vicino le vicende dell’ultimo anno, sperando di non vedere nell’Italia l’elemento scatenante di una nuova crisi globale ancora più forte. Tutti se ne sono resi conto; tutti tranne, sembrerebbe, la classe politica italiana, impegnata ormai da un paio di mesi a litigare nell’attesa delle elezioni.

All’interno di questo discorso si colloca l’esperienza del governo Monti.  Un governo che ha salvato l’Italia dall’orlo del baratro, efficacemente, in breve tempo e, contrariamente a quanto spesso si dice, nel rispetto della costituzione e dell’ordine democratico del nostro paese (siamo una democrazia parlamentare, non dimentichiamolo).  Il governo Monti è riuscito in meno di un anno a mettere in sicurezza i conti pubblici, a ristabilire un clima di rettitudine morale, e a creare una base per un percorso di risanamento dell’economia italiana. Soprattutto è riuscito a ristabilire un clima di fiducia verso l’Italia a livello internazionale, dopo le macerie della Seconda Repubblica e della troppo lunga Era berlusconiana.  Quanto è stato fatto non è certamente sufficiente,  ma  era inevitabile, sono stati fatti errori (ma in misura minore dei benefici raggiunti) e col voto di un parlamento che, ricordiamocelo, era lo stesso che in buona parte ha sostenuto l’ultimo governo Berlusconi. Per capirci: la maggior parte del parlamento era costituito da tanti piccoli Berlusconi, non da tanti piccoli Monti. A nostro avviso, questo basta per spiegare molto di quanto non fatto in questo anno del Governo Monti.

È stato fatto quanto possibile nel minor tempo possibile, dunque,  ma il lavoro non è terminato. È stato evitato il baratro, ma il paese non è guarito, c’è ancora molto lavoro da fare e questo deve essere fatto nella prossima legislatura. Per questo l’Italia deve garantirsi e garantire agli altri attori internazionali un governo autorevole e duraturo, che sappia portare a compimento il lavoro fatto fino ad adesso, procedendo oltre, verso la crescita e l’equità sociale. Per fare questo ci vuole un parlamento nuovo, dominato da forze con una vocazione sociale e progressista, con una collaudata capacità organizzativa ed una strutturazione precisa (ben lontane, dunque, dalle improvvisazioni grilline). In questo momento storico l’unica forza politica che soddisfa queste esigenze è il Partito Democratico nella sua forma attuale: una forza riformista social-democratica, capace di dialogare con le altre forze socialiste europee, che sappia salvaguardare le conquiste dello stato sociale coniugandole con i bisogni di una società mutata. Questo è il Partito Democratico come è stato delineato da Pier Luigi Bersani dalla sua elezione a segretario del partito nel 2009. Un partito che, per proporsi come forza capace di garantire la stabilità per portare a compimento il lavoro iniziato dal governo Monti, dovrebbe mostrare coesione e unità d’intenti.

L’intervento di Matteo Renzi è arrivato nel momento più inopportuno, introducendo una nuova variabile che perturba il cammino di stabilità di cui l’Italia avrebbe bisogno. Non tanto per il processo di rinnovamento della classe dirigente all’interno della politica italiana, tappa inevitabile iscrivibile all’evidente fallimento di un’intera generazione (quella del baby boom che aveva a suo tempo dato tante speranze con la rivoluzione dei costumi tra gli anni ’60 e ’70), quanto per l’introduzione di valori estranei alla tradizione social-democratica europea, che rischiano di far smarrire il percorso del Partito Democratico e creare incomprensioni all’interno degli equilibri interni di un partito già impegnato in difficili alchimie di coalizione con altri soggetti politici.

Nella situazione di crisi delle maggiori economie occidentali, di cui l’Italia fa ancora parte, e per un riequilibrio europeo verso una visione social-democratica che garantisca le conquiste sociali ottenute negli ultimi cinquant’anni coniugandole con le nuove esigenze globali, auspichiamo che la prossima legislatura italiana sia caratterizzata da una classe parlamentare seria e d’esperienza; e questa è attualmente riconducibile al Partito Democratico di Pier Luigi Bersani. Un partito che discende direttamente dalla stagione dei due governi Prodi (a nostro modesto avviso, i soli due – troppo brevi – episodi positivi della Seconda Repubblica), cosciente degli errori che hanno portato al fallimento politico di quell’esperienza, ma fiero del primato morale ed economico di quel tentativo politico. Non dimentichiamoci che quei due episodi seppero sempre migliorare i conti pubblici (benefici persi ad ogni successiva vittoria del centro-destra) e che se quelle azioni fossero state proseguite non avrebbero portato l’Italia dove l’inettitudine berlusconiana li ha invece trascinati.

Ma il mondo contemporaneo è duro, diretto, mediatico: ha bisogno di simboli, di volti, di prassi. E la prassi consolidata perché un paese sia serio e affidabile è quella di avere un presidente che decida (in tutte le forme previste dalle costituzioni ed identificabile, in quella italiana, con il presidente del consiglio). Un presidente ben riconoscibile, che governi per un periodo medio di 5 anni, e che abbia il tempo di lavorare e di poter tirare un bilancio del lavoro svolto. Questo presidente deve essere riconosciuto e stimato dai partner internazionali e deve saper difendere gli interessi nazionali. In questo contesto, frammentato e confuso, solo un uomo può garantire questo ruolo: Mario Monti. Il lavoro fatto in questi mesi va in questa direzione, ci ha salvato dal baratro certo ma, soprattutto, ha permesso all’Italia di essere di nuovo ascoltata e stimata. Il più grosso errore sarebbe quello di relegare questo enorme lavoro ad un episodio di un anno. Ormai i nostri partner internazionali hanno imparato a conoscere ed apprezzare il presidente Mario Monti, sarebbe un errore fatale sostituire l’anno prossimo il volto rassicurante del professore con quello di chiunque sia.

Se la presidenza del consiglio deve restare a Mario Monti, il parlamento può e deve cambiare, e con lui può modificarsi la squadra di governo, possono cambiare i ministri e soprattutto, permettetecelo, i sottosegretari. Un nuovo parlamento fatto da tanti Pier Luigi Bersani, uomo dall’alta moralità e dalla spiccata vocazione riformista (pur serbando nel cuore gli ideali che lo spinsero nel 1966 ad accorrere a Firenze insieme agli altri “Angeli del fango”), non può far che del bene al paese. Per questo le primarie devono confermare l’autorevolezza dell’attuale segretario del Partito Democratico, per dare (ed obbligare) un nuovo governo Monti (che non è un uomo di sinistra, ma di certo un uomo proveniente dalla borghesia sociale illuminata, nella più nobile tradizione milanese) ad avere una più forte connotazione egalitaria, un’attenzione maggiore alla giustizia sociale, una spinta verso nuovi diritti condivisi. Questa è Realpolitik, una combinazione tra quello che vorremmo e quello che bisognerebbe fare.

Altrimenti potremmo ripetere quanto fatto con il governo Prodi. Potremmo cercare un nuovo Fausto Bertinotti che, pur di non cedere di fronte ai suoi principi, fece cadere il Professore nel 1998, aprendo le porte a dieci anni di governo Berlusconi, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.