E’ stato trasmesso per la prima volta in televisione il 9 luglio su Rai 3 il film “Come un uomo sulla terra”. Un occasione più unica che rara per vedere con i nostri occhi la terribile realtà dell’emmigrazione africana.

Il documentario, che si è già fatto notare in molti festival e concorsi, è stato girato con Dagmawi Ymer , un immigrato etiope incontrato da Segre a Roma, nel centro gestito dall’associazione Asinitas. Insieme raccontano l’Odissea di chi vuole raggiungere l’Italia passando o partendo dalla Libia. Lo stesso Dag ha subìto ogni genere di violenza sia dai contrabbandieri che gestiscono la traversata sia dalla polizia.
Nell’agosto 2008 Berlusconi ha firmato un accordo con l’amico Gheddafi “contro il traffico dei clandestini” verso Lampedusa. A raccontare il tragico viaggio sono alcuni migranti, prima che la Marina italiana cominciasse a respingere i loro connazionali dal maggio scorso. La sorte di migliaia di uomini e donne africane è anche al centro della campagna nazionale “Io non respingo”, promossa da Fortress Europe, da Asinitas e dallo stesso Segre. Finora sono state raccolte più di 11 mila firme, tra cui quelle di Marco Paolini, Dario Fo, Erri De Luca, Marco Baliani: è possibile aderire online sul sito comeunuomosullaterra.blogspot.com.

Come un uomo sulla terra
regia di Andrea Segre e Dagmawi Yimer
Produzione: Italia, 2008, Alessandro Triulzi, Marco Carsetti e Andrea Sefìgre per Asinitas Onlus, in collaborazione con ZaLab
Durata: 60 minuti

Recensione del film (Fonte: Elisabetta Degli Esposti Merli  africaemediterraneo.it)

In Italia il ministro dell’interno annuncia che nel 2009 gli sbarchi dalla Libia cesseranno, grazie al sistema delle espulsioni collettive (procedura che viola gli articoli 6 e 47 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, nonché l’art.10 del Testo Unico sull’Immigrazione del 1998, oltre aessere già stata condannata da una Risoluzione del Parlamento europeo nel 2005 quando l’allora ministro Pisanu ordinò le espulsioni verso la Libia da Lampedusa). In Francia il Ministro dell’Immigrazione si vanta delle sue 29.799 espulsioni che superano l’obiettivo di 26.000, prefissato a inizio anno.

In tutta Europa è stata adottata la direttiva della vergogna che prevede un periodo di detenzione di 18 mesi, l’espulsione anche dei minori e un’interdizione di 5 anni dal territorio europeo per tutti coloro che tentano di entrare senza documenti. Fino a quando le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina continueranno a essere improntate su questo tipo di soluzioni drastiche, fino a quando si baseranno su procedure prive di accordi politici seri, prive di canali umanitari per i richiedenti asilo, fino a quando la sola possibilità di ingresso in Europa sarà costituita da inconsistenti decreti flussi o da carte blu, ovvero permessi unici di lavoro e residenza, concessi rapidamente, e riservati agli immigrati extracomunitari altamente qualificati, fino a quel momento i migranti spinti da necessità economiche e i richiedenti asilo politico saranno sempre di più costretti a battere le strade dell’immigrazione irregolare. E la situazione resterà invariata.

Questa prolissa introduzione per dipingere il quadro all’interno del quale si inserisce il documentario di denuncia Come un uomo sulla terra.
Un lavoro diretto da Andrea Segre e Dagmawi Yimer (Dag). Dag non è solo regista, ma è la guida che ci conduce tra i racconti di persone di origine etiope come lui e che come lui sono approdate in Italia dopo mesi di soprafazioni, arresti, detenzioni e umiliazioni.

“Non avevo mai pensato di lasciare il mio Paese”, confida Dag davanti all’obiettivo. Ma poi la repressione politica e il fatto di vivere in uno Stato dove i diritti sono sbeffeggiati dalle stesse autorità lo hanno spinto a tentare una via di fuga da una realtà ostile.
Racconti di uomini, di uomini sulla terra, ovvero persone comuni che durante il viaggio dall’Etiopia all’Europa sono transitate dalla Libia e lì hanno perso lo statuto di esseri umani per acquisire quello di merci.

La Libia, come l’Egitto, non riconosce lo status di rifugiato politico. Se a questo dato aggiungiamo che il governo etiope non si preoccupa della sorte dei cittadini che decidono di abbandonare il paese, il conto è presto fatto. Migliaia di persone che, dopo aver attraversato il deserto, approdano in territorio libico o per restarvi confidando nel fatto che in Libia le opportunità di lavoro sono migliori rispetto a molti paesi dell’Africa o per avventurarsi fino a quei porti sulla costa dai quali è possibile comprarsi un viaggio per l’Europa, sono lasciate in balia delle forze armate libiche.

Secondo gli accordi bilaterali stretti tra Italia e Libia, quest’ultima deve impegnarsi nel tamponare il flusso migratorio, poco importa in quale modo, poco importa se le persone fermate sono rifugiate politiche, poco importa se hanno i documenti o no, poco importa se sono donne o bambini, poco importa se hanno pagato profumatamente il loro biglietto di fuga. La mancanza totale di un monitoraggio esterno consente che queste persone siano arrestate in modo arbitrario e sballottate da un centro di detenzione a un altro, trattenute in condizioni disumane per periodi indefiniti e spesso rimesse in libertà nelle mani di nuovi trafficanti che li re-inseriscono nei circuiti illegali, potenzialmente a rischio di nuove retate.

La denuncia che emerge dalle parole degli intervistati, testimonianze rese più amare dagli sguardi ancora traumatizzati delle persone, si dimostra ancora più necessaria se si pensa che quello che succede in Libia non è menzionato nei rapporti dell’agenzia europea Frontex, ovvero l’ente che dovrebbe verificare sul territorio la sostenibilità dei trattati che regolano l’ingresso in Europa dei migranti. Né tantomeno emerge dalle relazioni del nostro Ministero degli Esteri: anzi in questi giorni nel Parlamento italiano si sta votando per il finanziamento del nuovo Trattato Italia-Libia, secondo il quale le azioni di contrasto dei migranti verranno potenziate, mentre la tutela reale dei diritti umani di migliaia di uomini e donne in balia della polizia libica non viene menzionata.

Per rompere questa omertà è possibile firmare sul sito del film la petizione contro le deportazioni in Libia e organizzare proiezioni.
Il documentario, che rientra all’interno di un progetto di Archivio delle Memorie Migranti condotto dal 2006 dall’associazione Asinitas Onlus, in collaborazione con ZaLab, gruppo di autori video specializzati in video partecipativo e documentario sociale, ha già ricevuto numerosi premi, dal Premio Tasca D’Almerita al Salina Doc Festival 2008, alla menzione speciale sezione documentari al Festival per il Cinema italiano a Bari e al Festival del Cinema africano di Verona ed è stato selezionato al Festival Cinemafrica di Stoccolma.
Un ottimo e necessario lavoro di inchiesta e di denuncia, che purtroppo perde leggermente in qualità nella scelta di inframmezzare a momenti di documentazione brani di fiction a mio parere inutili ed eccessivamente sentimentali.

Elisabetta Degli Esposti Merli – africaemediterraneo.it