In questa settimana, dedicata da Medeaonline al mondo del lavoro e alla sua (forse) imminente riforma, ho ripreso in mano un libro di Goffredo Parise, Il padrone. L’edizione che ho io è quella Einaudi del 1971, è cambiato molto Einaudi dal 71 non è vero? Il libro lo consiglio, oggi più che mai è attuale, ma mi interessava molto la nota introduttiva di cui riporto alcuni stralci:

Come si diventa una cosa? O meglio, come un ragazzo tranquillo, libero e disponibile quanto può esserlo chi da sempre è vissuto in provincia, può diventare uno schiavo talmente passivo da non differire in nulla da un barattolo. […] Come avviene questa metamorfosi nella incubatrice dell’azienda? Ed è davvero l’azienda la causa dell’alienazione che trasforma il ragazzo semplice in “cosa”?
È difficile stabilire chi sia il protagonista di questo romanzo, se il Padrone o il suo ben disposto impiegato… Chi è il Padrone ad esempio? Egli dice di sé: «Come sono il padrone degli stabili, delle macchine da scrivere, delle calcolatrici meccaniche, e di tutto il resto, così sono il padrone dei miei dipendenti, che debbo pagare più caro di quanto sarebbe necessario al loro sostentamento. Di tutte queste cose posso disporre come voglio, farle e disfarle, mandarle in pezzi, o invece prenderne cura. E naturalmente non sono così pazzo da disfarle e mandarle in pezzi come vorrei. Ma se volessi potrei. Che cosa mi trattiene? Mi trattiene un giudizio morale…»

Le grandi industrie e gli eserciti di impiegati e operai a tempo indeterminato stanno diventando ricordi del passato. Oggi lavoriamo tutti, chi più chi meno, in una “azienda diffusa” composta da un’infinità di piccole aziende con pochi dipendenti, create ad hoc per tenere sotto scacco i lavoratori (e qui torna il discorso sull’Articolo 18). Il precariato è tutto a vantaggio del Padrone, anzi dei Padroni. Ma il quesito che si pone il Padrone di Parise è ancora validissimo. Cosa lo trattiene?

[…]la società industriale è anche la morale e non è un caso che essa provenga dal suo vertice, novello dio: il Padrone. Ma è un dio inquieto, vittima della sua stessa morale e che non ha altra possibilità che quella di rendere tutti e tutto simili a se stesso.

In azienda trovano terreno fertile e inquadramento favorevole (spesso garantito dal beneplacito del Padrone) tutte quelle pratiche di separazione, discriminazione e sopraffazione. A risolvere questo problema dovrebbe pensarci la solidarietà tra lavoratori, invece…

La «cosa» e sua moglie produrrano i figli perfetti che il Padrone desidera, in tutto proni alla sua morale che è quella della morte. Una morte in vita, una funzionalizzazione a puro automatismo fisiologico? No, l’adorazione senza riserva, la felicità totale che conduce alla più alta delle aspirazioni: la Morte, ma una morte che non è sparizione bensí continuità, proprio come nei mistici. La morte del superato e «amorale» ragazzo di provincia e la nascita dell’uomo-interamente-posseduto-dal-Padrone.