Gli Usa sono definitivamente usciti dalla crisi. Il loro Pil cresce del 5% annuo e la disoccupazione è diminuita al 5,8%. L'Europa, invece, guidata dall'austera Germania e paralizzata dal "fiscal compact", annaspa, ansima, sprofonda.

L’Italia, dopo la cura Merkel-Europa somministrataci da Monti-Letta-Renzi, dopo anni di recessione, ha chiuso il 2015 con un magro aumento del Pil dello 0.8%. La grande Germania, che si vanta di aver fatto le riforme giuste al tempo giusto e che ci indica la via da seguire per uscire dalla crisi, ha dovuto rivedere le proprie: nel 2015 è aumentata «solo» dell’1%. Al contrario, gli USA si sono defintivamente ripresi dopo la crisi del 2008. Ma come hanno fatto gli Stati Uniti ad ottenere questo risultato sorprendente?

Un calcio all’austerity

Semplice: hanno dato un calcio all’austerità, al rigore, al pareggio di bilancio. Obama ha lascito che il rapporto deficit/Pil toccasse quota 12% (mentre noi europei non possiamo superare il 3%). Per inciso, ora è ridisceso al 2,5%, non in virtù di tagli e privazioni, di lacrime e sangue ma grazie alla crescita economica.
La Federal Reserve, poi, ha creato liquidità comprando bond fino a 4.500 miliardi di dollari. Inoltre, questa gigantesca massa di soldi non è stata sequestrata dalle banche, come avviene da noi, ma è arrivata alle famiglie e alle imprese. Per finire, il Dollaro è stato svalutato senza timore. Noi difendiamo l’Euro a spada tratta, neanche fosse il nostro onore o il nostro stesso benessere.

Un limite mentale

A questo punto, chiunque con un po’ di sale nella zucca direbbe: “Forse la strada intrapresa è sbagliata, proviamone un’altra”. E infatti, perfino la BCE, seppure con anni di ritardo, ha annunciato un piano di “quantitative easing“, ossia di acquisto di titoli di stato con l’obiettivo di ridurre i costi di indebitamento e di provocare un rialzo della domanda nell’Eurozona. I capoccioni che siedono dei Palazzi della UE e i rappresentati economici della linea dura, con a capo il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, invece, mantengono le loro intransigenti posizioni di rigore. A questo punto, è evidente che l’ossessione per lo sforzo, per il sacrificio ad oltranza, per la ferrea disciplina non è frutto di una scelta economica, bensì della loro storia culturale e religiosa. È una cosa che si portano dentro, è la loro forma mentis, che trova la sua origine nell’etica protestante. Il loro codice morale si basa sui principi della parsimonia, del duro lavoro e dell’individualismo (tutti nobili principi, che nulla hanno a che fare con le decisioni macroeconomiche). Per loro ricchezza e benessere economico sono inconcepibili senza il sacrificio. Nella loro mente la crescita ottenuta dall’America è un peccato, perché avvenuta senza sofferenza, privazioni, rinunce.

Il mostro di Frankenstein

Questo è il loro limite più grande. Limite che siamo costretti a far nostro benché la mentalità di noi europei del Sud sia completamente opposta. Purtroppo questa Europa unita non è nata come gli Stati Uniti da un sentimento comune, da una necessità condivisa, ma è stata imposta dall’alto. Ha messo insieme popoli assai diversi per cultura, religione, tradizione, lingua. È un mostro, un Frankenstein, composto da membra appartenenti a diverse persone e cucite a forza. Senza essersene resi conto, con l’Unione Europea abbiamo ricreato lo stesso obbrobrio della Jugoslavia di Tito o l’Iraq di Saddam Hussein. I movimenti euroscettici sono proprio il frutto di queste tensioni naturali, di queste crisi di rigetto. Per realizzare la magnifica idea dei padri fondatori, i Paesi mediterranei hanno accettato un profondo cambiamento di mentalità e di comportamenti, altrettanto dovrebbero fare quelli tedesco-scandinavi. Nessuna unione può durare senza il compromesso e la comprensione dell’altro.