Quando abbiamo aperto il nuovo anno di Medeaonline con una lettera a Roberto Saviano, l’abbiamo fatto con l’intenzione di infondere speranza e coscienza in un paese spesso cinico e amorale, ma anche di tenere accesi i riflettori sull’autore partenopeo, proprio per evitare quel pericoloso silenzio che qualcuno gli augura. Mai avremmo pensato a distanza di pochi mesi di doverci unire al coro di quanti difendono Saviano e il suo lavoro dall’accusa di fare pubblicità alla mafia. Nei giorni scorsi abbiamo appreso, dal premier Silvio Berlusconi, che «la mafia italiana è la più conosciuta grazie al supporto promozionale che ha ricevuto dalla serie tv la Piovra e anche dalla letteratura come Gomorra». Perché uscirsene con un attacco tanto assurdo e infelice proprio in quel momento? Forse per coprire quella che, dopo la definitiva rottura con Fini, sarebbe diventata una crisi seria all’interno del Pdl (nell’attesa di far di conto tra chi va e chi resta) Berlusconi avrà pensato bene di spostare l’attenzione del Paese usando Saviano come parafulmine.

A rincarare la dose si è aggiunta Marina Berlusconi che, com’è buon uso in famiglia, si è pronunciata in doppia veste sia come presidente del Gruppo Mondadori sia come figlia del presidente del Consiglio. Che una figlia sia disposta a difendere il proprio padre è cosa naturale e ammirevole, pare certamente più improbabile che il presidente del gruppo editoriale che pubblica i libri di Saviano concordi con chi vede in Gomorra soltanto un supporto promozionale alla mafia. Se suo padre glie l’avesse chiesto Marina Berlusconi avrebbe rinunciato agli introiti di Gomorra per evitare di fare pubblicità alla criminalità organizzata? Nella lettera inviata a Repubblica, si dice poi profondamente colpita dalla reazione di Saviano perché anche suo padre ha diritto a esprimere le proprie opinioni e a formulare una critica. Dato che parliamo di critica letteraria a noi viene però spontaneo domandarci che cosa esattamente del libro di Saviano non sia piaciuto a Berlusconi?

Forse non è Gomorra in sé a disturbarlo ma ciò che Saviano ha detto e scritto in questi mesi sull’operato del suo governo, su certe leggi da esso promulgate o sul declino morale dell’Italia? Ma se è legittimo per Berlusconi criticare l’operato di uno scrittore, non è legittimo anche per Saviano esporre le proprie critiche all’operato del Presidente del Consiglio? Marina Berlusconi e in seguito anche Ricky Cavallero, direttore generale di Libri Trade Mondadori, hanno inoltre rivendicato la più totale e piena libertà di Mondadori ed Einaudi nel fare le proprie scelte editoriali. Per dovere di cronaca però dobbiamo qui riportare il caso Saramago: forse non ricordano ai piani alti di Segrate che lo scorso anno si rifiutarono di pubblicare l’ultima fatica del premio Nobel portoghese (Il quaderno, pubblicato poi in Italia dall’editore Bollati Boringheri) perché conteneva giudizi poco lusinghieri su Silvio Berlusconi? A quale modello di piena e totale libertà si faccia riferimento nella casa editrice rimane quindi un mistero. Non ci resta altro da fare che stringerci attorno a Saviano rammentandogli che le sue parole sono per noi una boccata d’ossigeno, aria pura che ci riporta a quel fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo Borsellino nel ricordare l’amico Giovanni Falcone.