Caro professor Monti, abbiamo aspettato un po’ prima di esprimerci sull’operato del suo governo, abbiamo atteso di vedere quali fossero le sue idee e cosa intendesse fare per aiutare l’economia italiana trascurata, per anni, da una classe politica di inetti. Lei è riuscito a riportare entro i parametri di sicurezza i nostri titoli di Stato, con i suoi modi da persona seria e pragmatica è riuscito a ridare credibilità all’Italia con i partner europei, è riuscito persino a riunire i tre sindacati nazionali e convincerli a sedere al tavolo delle trattative. Per questi successi, che dobbiamo riconoscerle, ci congratuliamo con lei e con il suo esecutivo.

Siamo però costretti a notare che, nelle ultime dichiarazioni pubbliche sue e dei suoi collaboratori (che a lei stanno molto a cuore dato che, come lei stesso sostiene, il suo governo deve conquistarsi la fiducia degli italiani che non l’hanno mai eletto), i toni e i termini usati sono stati poco seri e molto arroganti. L’arroganza l’ha messa in campo sia nella riforma delle pensioni, sacrosanta ma di certo non indolore, sia nelle tentate riforme delle professioni e del mercato del lavoro. Lei ha un mandato a scadenza e, come ha più volte dichiarato, non intende ricandidarsi rimettendosi al giudizio del popolo che rappresenta. Si fa forte di una posizione da uomo della provvidenza che, diciamocelo fuori dai denti, è molto sgradita a buona parte degli italiani che governa.

I suoi risultati per ora la giustificano, ma non sottovaluti l’intelligenza degli italiani: tutti conosciamo i suoi stretti legami con i poteri della finanza e tutti abbiamo notato la concordia che è riuscito a stabilire con le agenzie di rating. Qualcuno particolarmente fantasioso potrebbe anche arrivare a pensare che dietro questa crisi, causata dalla finanza e pagata dall’economia reale, ci sia una strategia o comunque che qualcuno negli ambienti finanziari abbia saputo trarne un forte profitto. La Storia giudicherà quel che è successo, noi però la invitiamo a riflettere attentamente sulle politiche del lavoro che intende imporre agli italiani.

Le liberalizzazioni selvagge, le aperture 24 ore su 24, 7 giorni su 7, la cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori vanno incontro solo a chi chiede meno regole per potersi muovere più liberamente e speculare senza controlli. Non tutelano il lavoro e non garantiscono nessuna crescita economica del Paese. L’idea poi che queste riforme servano per garantire e tutelare i lavoratori precari a discapito dei lavoratori a tempo indeterminato è assurda e ha, come uno scopo, quella di dividere i lavoratori in un due gruppi in guerra tra di loro. Dipende forse dai lavoratori a tempo indeterminato la disoccupazione? L’hanno voluta loro la famigerata flessibilità che si è poi trasformata, come prevedibile, in precarietà? I servizi sono ampiamente insufficienti a garantire, tutti i giorni e a qualsiasi ora del giorno e della notte, il necessario sostegno per poter crescere dei figli e vivere una vita normale. La disoccupazione così alta, come lei ben sa, è un’arma di ricatto fortissima a disposizione dei datori di lavoro contro i lavoratori che saranno costretti sempre di più a piegarsi a qualsiasi richiesta, anche a quelle che violano i diritti fondamentali del lavoro. L’abbattere la disoccupazione non è negli interessi dell’attuale classe imprenditoriale che non intende privarsi di un’arma di ricatto così efficace. Se ignora questo dato di fatto lei si renderà complice della realizzazione di quella che molti chiamano la macelleria sociale e, in concreto, è una società votata al profitto di pochi, alla miseria e all’infelicità di molti. Una società in cui non vale più la pena vivere. Gli italiani non vogliono che l’Italia diventi un Paese invivibile.

Lei sogna una società come quella danese ma sta amministrando l’Italia, non se lo dimentichi. Non è smantellando le regole che si ristabilirà un equilibrio economico razionale, capace di diffondere il benessere alla maggior parte della popolazione (dovrebbe essere questo lo scopo ultimo dell’impresa, o no?). Meno regole significa solo meno vincoli per chi intende speculare sulla nostra economia. Gli italiani non credono nel libero mercato che si regola da sé, non credono nel profitto privato come unico parametro di valutazione per stabilire se una norma è giusta o sbagliata, se una cosa si può fare o no, se un diritto è legittimo o meno. Gli italiani non ne possono più delle imposizioni che calano dall’alto dell’Unione Europea, oggi più che mai uno strumento di diffusione delle teorie neo-liberiste di stampo statunitense. Gli italiani pretendono uno stato sociale efficiente e sono pronti a impegnarsi per aumentare la produttività di questa Nazione a patto che le condizioni di lavoro siano eque, rispettose della dignità dei lavoratori e stabilite per garantire la qualità del lavoro.

Gli italiani credono di poter primeggiare solo con la qualità del loro lavoro e non, come sembrerebbe credere anche lei, con la quantità. Solo inseguendo la perfezione di quel che sappiamo fare meglio possiamo sperare di competere con le altre economie europee e straniere. Metta i lavoratori italiani in condizione di avere la sicurezza e la serenità economica. Fornisca loro i servizi. Li tuteli. Li faccia accedere al credito pubblico e privato. Faccia fare loro ricerca e continua formazione. Li faccia lavorare come sanno fare, con passione, giorno e notte, non per guadagnare di più ma per raggiungere la perfezione. Li faccia competere con chi vuole, non hanno paura del confronto. Li faccia credere in quel fanno, nel loro lavoro che può essere, come lo è stato in passato, il migliore al mondo. Li liberi da quegli imprenditori che sono qui solo per arricchirsi e, se conviene, se ne vanno all’estero. Li aiuti a fare nascere imprese italiane, a fare prodotti italiani di altissima qualità.

Le rivolgiamo quest’appello, che avremmo preferito rivolgere alle forze politiche da cui ci sentiamo più rappresentati, perché il destino ha voluto che lei, di certo non un uomo di sinistra, dovesse rispondere alle richieste dei lavoratori. Vada avanti per la sua strada se crede, sappia però che l’evoluzione naturale di quel che sta facendo non è il benessere per la Nazione, è l’anarchia. Anche se lei non è stato eletto, non dimentichi che essere senatore a vita è un responsabilità morale verso tutti i cittadini italiani e verso la Costituzione su cui ha giurato.