Parliamo di fantascienza. Parliamo di surrealismo, società di massa, terrorismo, alienazione da lavoro. Parliamo di uno dei film più celebri degli anni ottanta, Brazil, diretto da Terry Gilliam, ambientato in un futuro in cui la burocrazia ha preso il sopravvento in ogni attività dell’uomo e, combinata al cinismo spietato dei potenti, uccide i pochi che ancora riescono a sognare, a pensarsi liberi.

Da qualche parte nel ventesimo secolo…” dice la didascalia iniziale del fim. Sam Lowry è un anonimo impiegato, uno dei tanti che vivono la loro grigia esistenza nelle città sotterranee organizzate da un regime totalitario e onnipotente, è un sognatore, in un mondo governato da meschinità e burocrazia. Sogna spesso di liberarsi dalla tecnologia e dai vapori industriali della città per raggiungere in volo la sua amata. Quando si imbatte in un errore che ha provocato l’arresto di una persona innocente tenta in tutti i modi di risolvere la situazione, ma non fa che rimanere intrappolato nei contorti sistemi della burocrazia da cui cerca in tutti i modi di sfuggire. Sulla scia di “1984” e con l’opera di Kafka bene in mente, l’ex Monty Pyton Terry Gilliam realizza un film carico di humour nero e sorprendente nella struttura drammaturgica come in quella visuale. Ricca di citazioni cinefile ma soprattutto di riuscitissime trovate comiche e di pungenti spunti satirici, “Brazil” è un’opera complessa e originale, a tratti confusa ma spesso geniale.

La capacità di Gilliam di costruire lo spazio scenico e riprenderlo nel modo più efficace possibile è a tutt’oggi insuperata, e la sua idea di presentarci il film come fosse un’opera della cultura psichedelica degli anni Sessanta è ciò che permette alla pellicola di avere il fascino che ha, quello della fantasia sconfinata del suo regista. Ma è anche ciò che ha convinto gli executive della Universal a tenerla a lungo nel cassetto, distribuendola poi in versione tagliata negli Stati Uniti.

Jonathan Pryce offre quella che è probabilmente la migliore interpretazione della sua carriera e Robert De Niro fa poco più di un cameo, riuscendo comunque a disegnare il proprio personaggio come l’unico vero Eroe del film, ben più importante del Sam onirico. Nomination all’Oscar per sceneggiatura originale (di Gilliam, Tom Stoppard e Charles McKeown) e scenografie (Norman Garwood), oltre che per musica, suono e canzone. Steven Soderbergh usò il nome ‘Sam Lowry’ come pseudonimo del suo lavoro di sceneggiatore di “Schizopolis”, film che allo sperimentalismo narrativo di “Brazil” deve certamente qualcosa.

 

Da qualche parte nel ventesimo secolo… dice la didascalia iniziale di Brazil, ma quella che si racconta in questa magnifica fanta-tragicommedia dark è una storia senza tempo. Se proprio deve essere collegata ad una data allora questa sarà certamente il 1984, non solo anno in cui ne è iniziata la produzione ma anche e soprattutto titolo del romanzo di George Orwell che costituisce chiaramente il momento ispiratore iniziale; tant’è che si era persino pensato di intitolarlo 1984 e 1/2, titolo a metà strada tra Orwell e Fellini che lo descrive ironicamente e perfettamente. Orwell scrisse il suo romanzo durante un soggiorno in una fattoria scozzese mentre combatteva contro quella tubercolosi che lo avrebbe ucciso solo sette mesi dopo la pubblicazione del libro. La data era puramente simbolica, infatti durante le prime stesure era stata prima il 1980 e poi il 1982.

La raggelante vicenda racconta di uno dei rischi perenni della convivenza tra esseri umani: la possibilità che una fetta della popolazione prenda il sopravvento sugli altri e pretenda di controllarne vita, lavoro, relazioni, morte. Persino i sogni. Su questo aspetto onirico un regista visionario come Terry Gilliam si avvantaggia decisamente rispetto ad un Michael Radford che più o meno nello stesso periodo realizzava una versione cinematografica ufficiale del romanzo. Il suo Orwell 1984, pur sorretto da un ottimo cast che comprendeva John Hurt, Suzanna Hamilton e Richard Burton, non ha un decimo della forza e dell’impatto anche visivo del film di Gilliam.

Brazil nasce dunque sulla falsariga dell’incubo orwelliano, trasformato con tocchi di umorismo in una geniale satira sulla burocrazia e comunque capace di svilupparsi in modo del tutto autonomo e originale, anche perché il regista stesso ha in più occasioni dichiarato di non aver mai letto 1984. Lo spunto di partenza pare piuttosto essere stato un’immagine che continuava a formarsi nella mente del cineasta: un uomo seduto su una spiaggia nera come il carbone che, immobile, ascolta da una radio la famosa canzone “Aquarela do Brasil” scritta nel 1939 da Ary Barroso e dalla quale poi sarebbe scaturito il titolo definitivo. L’idea stava maturando nella mente di Gilliam già da diverso tempo, da prima de I banditi del tempo (1981), ma nessuno voleva finanziarla. Dopo che quel film incassò quasi 36 milioni di dollari negli Stati Uniti, sua terra natale, il regista colse al balzo il momento proficuo e trovò i finanziamenti necessari per la realizzazione di questo suo vecchio progetto. A fianco del produttore indipendente Arnon Milchan la Universal Pictures mise a disposizione un budget di 15 milioni di dollari. Cosi nacque Brazil.

  • Fonti: cinefile.biz – fantascienza.com – wikipedia