Lo studio danese BIG, nato nel 2005, in pochi anni ha acquistato grande fama a livello mondiale, distinguendosi per l’equilibrio delle scelte progettuali piuttosto che per la reiterazione dei cosiddetti “effetti WOW”.

L’architettura contemporanea ci pone spesso davanti a un bivio, a una scelta di campo che pare ineluttabile e che tuttavia è destinata a non soddisfare in alcun caso: o l’adesione alle correnti mainstream – dal vernacolare all’high-tech sbandierato a tutti i costi; dal mélange caotico e sovente insensato di differenti linguaggi, stili, materiali, alla progettazione trita e ritrita da “tecnico del paese”; oppure l’esplorazione esasperata di linguaggi nuovi e l’approfondimento di una ricerca strenua nel senso dell’alterità, della rottura di nuove frontiere.

Le tentazioni dell’architettura contemporanea

Se da un lato la tentazione di seguire le strade maestre e sicure fa cadere troppo di frequente nell’accondiscendenza tout-court alle supposte preferenze di una committenza generalmente poco colta e preparata in materia (che però è fruitrice diretta degli spazi che disegniamo e detiene anche il “potere economico” delle scelte), dall’altro il perseguimento dell’avanguardia a qualsiasi costo rischia di diventare in modo ancor più triste una sorta di solipsistico canto del cigno, che dietro l’apparenza di inno rivolto al futuro cela la realtà di una incomprensione che si perpetua sempre uguale a se stessa e che trova spesso giustificazione nella sua propria irrealizzabilità o impossibilità di replica.

Lo studio Big

Ci sono però alcuni studi di architettura (internazionali, così come locali) che sfuggono con discrezione ed equilibrio da questa dicotomia talvolta sterile, da questa trappola che uccide l’architettura “vera”, cioè quella che al tempo stesso è sia pensiero che forma concreta e concretizzabile. Tra queste realtà, spicca sicuramente quella di BIG, acronimo di Bjarke Ingels Group, nata nel 2005 dalle ceneri di una precedente esperienza associativa di Bjarke Ingels. Lo studio, danese e con sede principale a Copenaghen, in pochi anni ha acquistato grande fama a livello mondiale, distinguendosi soprattutto per l’equilibrio e la sensatezza delle sue scelte progettuali (pur di notevole complessità e contemporaneità), piuttosto che per la reiterazione dei cosiddetti “effetti WOW”. Segno concreto che in questo momento storico l’architettura dei Paesi nordici ha veramente qualcosa da insegnare; si veda l’esperienza dei finlandesi Helin, dei norvegesi Snøhetta, oppure quella dei 3XN, conterranei di BIG.

Progetti di riferimento

Ormai BIG è una realtà consolidata che consta di decine di professionisti in organico, con una seconda sede a New York e una spiccata propensione alla ricerca in campo architettonico. Tra le sue realizzazioni va sicuramente citata quella di 8 House (immagine qui sopra), un grande complesso residenziale nei pressi di Copenaghen, per la cui genesi BIG è partito dalla più anonima delle forme (il parallelepipedo con corte interna) per poi sviluppare variazioni sostanziali (il restringimento al centro con l’incrocio dei lati lunghi) che hanno permesso notevoli suggestioni nella creazione di spazi e possibilità aggregative funzionali dal punto di vista sia logistico che energetico. L’emergere inclinato e graduale del complesso dalle rive del fiume che bagna Ørestad South è lo spettacolare contraltare della vista che dall’interno dell’edificio si perde verso l’esterno, quasi come spingersi dal declivio di una collina ad ammirare la pianura sottostante. Questo edificio-collina, pur nella sua ciclopicità (475 unità immobiliari), non si impone per i suoi volumi, ma si propone come elemento del paesaggio, armonizzandosi nel modo più naturale possibile col contesto. I fronti sono trattati in modo sobrio, mentre gli interni sono stati articolati per dare spazio a diversi spunti percettivi.

Dall’architettura all’urbanistica

BIG propone la sua architettura sperimentale e d’avanguardia attraverso ricerche di particolari risultati compositivi e anche nell’ambito concorsuale. A tale proposito, ricordiamo il piano urbanistico per Stoccolma, in cui campeggia una sfera levitante che riflette il paesaggio circostante. Numerosi anche i progetti di edifici a torre, che BIG declina normalmente attraverso curve particolarmente flessuose e plastiche (si veda ad esempio la Vancouver House), trasformando radicalmente l’originale concetto di grattacielo parallelepipedo, nel probabile tentativo di renderli più “umani”.

Contemporaneità e tradizione

In questi due casi, la progettualità di BIG si fa effettivamente più lontana dall’ambito del costruire immediato; non mancano tuttavia anche negli studi più arditi dal punti di vista strutturale, funzionale o impiantistico, gli aspetti della fattibilità, a cui BIG sembra tendere sempre con convinzione. Uno stimolo importante a cercare di coniugare sempre lo sforzo evolutivo con la realtà della pratica costruttiva. Sicuramente, BIG è un esempio cardine che fa comprendere come contemporaneità e tradizione possano coesistere all’interno di una sintesi semantica dai risultati aperti. Di BIG si apprezza soprattutto una grande apertura mentale, tema dopo tema. Risultato notevole, purtroppo ben difficile da raggiungere nell’attuale panorama italiano.