• Avanti Savoia! Uccidiamo il Re!
    a cura della redazione di medeaonline.net

Nove borbottò qualcosa ma, dato che borbottava quasi sempre, nessuno gli diede retta. La cantina scelta dai cospiratori come ritrovo – un antro in mattoni dalla volta a botte –stava proprio sotto un’osteria e, dal piano superiore, venivano ancora gli schiamazzi dei clienti che erano riusciti a farsi gli anticorpi contro il veleno che l’oste spacciava per vino.
Nove borbottò ancora più forte e gli sfuggì pure un grido. Da una parte della sala, addossati alle botti, c’erano i mazziniani che cianciavano di repubblica, dall’altra i seguaci del Cattaneo che volevano il federalismo, qua e là i democratici, poi i monarchici, gli anarchici (a cui si ascriveva Nove), i borghesi, gli artigiani e quelli che volevano semplicemente menare le mani. Dato che gli austriaci li avevano cacciati a pedate qualche mese prima, gli mancavano le distrazioni e non facevano altro che discutere di come si sarebbe dovuta organizzare la nuova Italia.
«Bisogna annettere il Veneto!» strillò con la voce roca un ciabattino.
«Taci Severino» risposero in coro i mazziniani che amavano darsi arie di intellettuali illuministi e poi andavano tutte le domeniche in chiesa a baciare la gonna del prete. Nove tirò un paio di bestemmie giusto per indispettire tutti e poi diede un sonoro schiaffone a Severino. «Basta con le pirlate, bisogna parlare dell’ordine del giorno».
«Già, ha ragione il Nove. L’ordine del giorno». I seguaci del Cattaneo, che annuivano come se avessero appena sentito parlare Carlo in persona, non sapevano più come fare per dispiacere i mazziniani. Insomma l’Italia, per il momento, era unica più che altro nella volontà comune di litigare tutti contro tutti.
«Allora, l’ordine del giorno è il Re».
«Cos’ha fatto il Re?»
«Niente, pistola! Il Re non esiste, lo incoroneranno a giorni» sbraitò Nove.
«E tu come lo sai?» domandò Severino massaggiandosi la guancia.
Nove borbottò qualcosa tra sé e sé, poi prese una bottiglia di vino e la passò a Severino: «Tè, bevi che se no sragioni. Allora, manica di pistola, vogliamo discutere di come faccio io a sapere che incoroneranno il savoiardo Re d’Italia, oppure vogliamo fare questa benedetta Repubblica d’Italia».
«Mi scusi signor Nove, mi pareva di aver capito che lei è – come dire – un anarchico. Come mai ora dice di volere la Repubblica». L’omino che aveva parlato era nuovo del circolo dei cospiratori e tutti lo chiamavano semplicemente Otto (l’idea dei nomi in codice era del Severino che però, per qualche misterioso motivo, continuava ad usare il suo nome di battesimo; molti sostenevano che a un cretino non serve un nome in codice) e, nella vita di tutti i giorni, faceva il droghiere. Non era padrone, lavorava sotto un altro, ma guadagnava bene e si vestiva con abiti di lusso. Ingobbito e pelato non era certo un Marcantonio ma, accanto a un tipo cencioso e puzzolente come Nove, faceva la sua bella figura.
Nove si guardò attorno incontrando gli sguardi interrogativi dei presenti, era chiaro che tutti avevano notato la contraddizione sollevata da Otto. Sorrise, poi picchiò un pugno contro una botte. «Porca boia, sono anarchico, è vero. Ma se devo scegliere tra un regno e una repubblica preferisco la repubblica che è più vicina all’anarchia. E poi, diciamolo, una massa di straccioni ignoranti come voi l’anarchia non la potrà mai realizzare. A meno che non si prenda un sacco di legnate sui denti».
«Bravo!» Severino applaudì come a teatro. Tutti lo prendevano in giro per la sua passione per l’Opera, ma quello era di gran lunga il meno ridicolo dei suoi difetti.
«Dunque, cosa suggerisce di fare?» domandò Otto con filo di voce, si rigirava il cappello tra le mani e guardava il pavimento lurido della cantina.
«Cosa suggerisco di fare?! Ah!» Nove prese per la collottola un mazziniano e si mise a scuoterlo, poi strinse i pugni e strabuzzò gli occhi. «Bisogna accoppare il futuro Re!»
«Sì, bravo così poi comanda tutto Cavour, bell’affare!» Protestò Sette, un fervido sostenitore del Cattaneo noto in tutta Milano per la dedizione estrema che aveva per i suoi baffi: si diceva facesse venire costosissimi prodotti per la cura dei mustacchi direttamente da Parigi.
«E poi comanda tutto Cavour…» ribatté Nove scimmiottando l’avversario. «E noi accoppiamo pure Cavour!» Qualcuno applaudì sbraitando.
«Ma perché non andiamo in Veneto? Oppure a Roma? È pieno di stranieri da pettinare».
«No, si accoppa il Re o non si è degni di essere chiamati repubblicani».
«Chiedo scusa, ma lei non era ana…» Otto s’interruppe intercettando l’occhiataccia che gli aveva tirato Nove. Nove abbracciò una botte e la fece rotolare fino al centro della sala, poi chiamò i presenti a raccolta attorno al recipiente.
«Questo è il piano» annunciò con aria cospiratoria. «Partiamo tutti questa sera stessa e raggiungiamo il savoiardo a Torino. Ci apriamo la strada a forza e lo assassiniamo in nome della libertà e della repubblica».
«Ma lei non era…»
«Zitto, bestia!» Nove picchiò così forte il pugno sulla botte che molti temettero si sarebbe rotta. «Adesso basta con le perdite di tempo, in marcia!» E senza indugiare oltre, il manipolo di cospiratori – compreso il Severino – recuperarono i propri mezzi di trasporto e s’incolonnarono diretti a Torino. Il viaggio non era affatto breve se si considera il fatto che, tra tutti, nessuno possedeva un cavallo che non avesse perlomeno una polmonite, i vermi o peggio. Ma i cospiratori si erano attrezzati rifornendosi di diverse damigiane di vino sequestrate all’oste che li aveva ospitati nella sua cantina in nome della Repubblica.

Nella notte – avanzando verso il futuro che immaginavano luminoso e all’insegna della democrazia, della libertà e del bengodi – i cospiratori cantavano canzoni di battaglia che ricordavano solo approssimativamente e così, dove c’erano lacune, si premuravano di completare il tutto con strofe sporcaccione dedicate alle belle austriache, francesi, spagnole e russe (anche se quest’ultime non le avevano neppure mai viste…).
«Chiedo scusa signor Nove». Otto, che nel sorteggio dei posti aveva avuto la sfortuna di finire vicino al più esagitato dei congiurati, sembrava turbato da una grande preoccupazione: «Lei ha detto che, una volta a Torino, ci apriremo la strada a forza fino al Re».
«Sì, ho detto così» tagliò corto Nove già spazientito. «E quindi?»
«Ecco, non so se l’ha notato, ma tra tutti abbiamo una sciabola arrugginita e una pistola – quella di Severino – che non spara più dalle campagne di Napoleone. Pensa sarà un problema per la spedizione?»
«Che ne so, per il momento penso solo che quella è la luce di una locanda e che i ragazzi hanno una gran fame: li senti gli stomaci che brontolano? Bon, fermiamoci a requisire un po’ di cibo per la Repubblica.»
«Noi non possiamo requisire niente, lo sa vero?»
«Sì, lo so» disse Nove sorridendo indispettito. «Fermate quelle bestie pulciose ragazzi! Si mangia!»
La compagnia entrò urlando. Quando videro le occhiatacce dell’oste, cambiarono subito atteggiamento mettendosi in fila per due come scolarette. Una mano dell’oste indicò un tavolaccio, l’altra allungò il palmo come per essere sicura della giusta ricompensa. Otto non aspettò d’incrociare lo sguardo di Nove e tirò fuori un sacchetto di tela. L’oste ci guardò dentro e li fece sedere. Mentre portava in tavola un paiolo di polenta sormontato da salsicce fumanti, Nove guardava Otto da sotto le sopracciglia folte e, come a ritmo di tamburo, scuoteva la testa deluso. Quando arrivò il vino, le sopracciglia si alzarono per non abbassarsi più.
«Bene, ora che ci siamo messi in marcia, non si torna più indietro» diceva Nove ad alta voce. Fioccarono “sì” da tutti i lati e anche Otto, che fino ad ora era – lo confessava anche a se stesso – un po’ impaurito, non smetteva di ridere, tanto che rovesciò il vino e si lasciò sfuggire: «A morte il Re!»
Ci fu un momento di silenzio. Nella locanda tutti guardarono verso Severino, credendo che fosse lui ad avere parlato.
L’oste domandò: «Cosa avete detto?». Nessuno rispose.
«Di quale Re parlate?» E intanto lanciava occhiate intorno, verso gli altri tavoli, circospetto.
Nove lo guardò negli occhi, con aria di sfida: «Andiamo a Torino, andiamo a uccidere il Savoia.».
L’oste chiuso un occhio come per osservare meglio:
«E che vi ha fatto?».
Otto prese coraggio e continuò: «Se si farà l’Italia, sarà una repubblica» disse. «O qualcosa del genere» aggiunse.
L’oste dilatò ancora di più l’occhio semichiuso, la gente ai tavoli attorno allungava il collo per sbirciare, Severino tremando impugnò la pistola scarica.
«Ma è il cielo che vi manda!» gridò l’oste. E dai tavoli attorno tutti si alzarono gridando “evviva!” e “a morte il re!”. «Non posso credere a tali coincidenze» disse impostando la parole come per iniziare un discorso: «È mesi che organizzo d’ammazzare il savoiardo, perdio. Se si fa l’Italia la si fa bene, senza re, governandosi da soli. Ho raccolto dieci uomini. Ieri ho convinto quelli del paese dopo il fiume a venire con me. E oggi voi, quanti siete? Perfetto.» Li condusse nella stalla. «Abbiamo due somari e un carro solido come una quercia, colmo di paglia per star comodi. E poi abbiamo questa.» Srotolò una bandiera tricolore, verde, bianca e rossa. Tutti, vedendola, gridarono “Viva l’Italia”. Severino gridò “Viva Verdi” e si prese un’amichevole pacca sulla spalla dall’oste, che aggiunse sogghignando: “Partiremo domattina tutti insieme. Se viaggiamo un giorno intero arriveremo da un locandiere amico mio, lui ha qualcosa per noi».
«Cosa ha per noi?» domandò qualcuno.
L’oste saltò sul carro: «Un cannone!»

«Un cannone vero?» chiese Otto durante la marcia. Erano partiti di buon ora, profittando del silenzio della campagna. In colonna a due a due, chi con un forcone e chi con una rivoltella alla cinta – Severino aveva perso l’esclusiva dell’arma da fuoco-, marciavano disordinatamente dietro il carro trainato dai somari, ancora ebbri dell’eccitazione e del vino sorbiti la sera prima.
L’oste stava alla redini, Nove dall’alto del covone di paglia, istruiva le truppe: «Un cannone vero, di metallo lucidissimo, dimenticato dai francesi nelle battaglie del generale Napoleone. Tra cinque ore arriveremo alla Locanda dell’Oca, lo caricheremo sul carro, lo nasconderemo sotto la paglia e, quando saremo a Torino, bombarderemo il palazzo del Re.»
Sette, che era accanto a Otto, alzò il forcone e cominciò a sbraitare: «Faremo un parlamento con i senatori, come in America!». «Un senato federale, come dice Cattaneo!» gridò qualcuno. «E Gioberti dove lo metti, cretino?» urlò qualcun altro ma nessuno lo sentì; cominciarono a volare ceffoni, di quelli sonori e grassi da contadini. Li interruppe Otto, mettendosi in mezzo e incassando un gran calcio negli stinchi: «Razza di somari, bestie, che Italia volete fare scannandovi tra voi!» E mentre lo diceva, quasi senza farlo apposta, Nove dall’alto del carro di fieno tirò una bastonata a caso, per calmare le acque, con il solo effetto di mandare Otto gambe all’aria a rimpiangere i bei momenti nella sua tranquilla drogheria.
«Sarà mica un cannone questo?» chiese Nove, deluso, quando l’oste della Locanda dell’Oca aprì il fienile. «Credevo fosse più grande» fece eco Severino, come a rincarare la dose. Il cannone era in effetti una vecchia bombarda che aveva conosciuto guerre ben più lontane di quelle di Napoleone: era nera e granulosa, come fatto di legno marcio più che di metallo lucidissimo, era piccola e tozza e, soprattutto, senza munizioni. «E con cosa la carichiamo?» chiese scocciato Nove all’oste. Quello ridacchiò: «un po’ di fantasia, Lor Signori, siamo italiani o no? Caricheremo il cannone con quello che ci offre la natura: con le pietre che troveremo per strada.» Fece un sorriso sdentato.
Mentre caricavano il cannone sul carro, l’oste della Locanda dell’Oca fece segno di venire ad un vecchio e a un bambino con un cappello di cartone. Un cane pulcioso li seguì trotterellando.
«Signor Nove, è lei il capitano della compagnia, vero?» Nove si voltò di malumore ma lusingato, senza dire né sì né no.
«Il Vecchio e il bambino vogliono venire con voi a fare l’Italia.» Il cane osservava la scena con la lingua di fuori.
«Non si prendono né vecchi né bambini per uccidere un Re.» rispose secco Nove.
«Verranno con voi, in cambio offro da bere a tutti.» Lo disse a voce alta. Tutti i presenti cominciarono a urlare di felicità, pensando alla gola secca, e Nove non disse più nulla. Il vecchio accarezzò il cane, il bambino col cappello di cartone estrasse un piffero e cominciò a intonare una marcetta militare. Cominciò la festa.
Quando, dopo i ravioli, l’oste portò a tavola l’oca ripiena, le lingue erano ormai già sciolte.
«A Torino conosco un albergatore, ci ospiterà tutti se fa freddo» disse un tipo alto e smilzo.
Otto, che per una volta si era permesso un bicchiere in più, canzonava Nove: «Ha visto, comandante? Tra compatrioti non c’è bisogno di requisire niente. » Nove lo lasciava dire, intento com’era ad osservare il bambino col cappello di cartone. Stava mostrando a Severino una grancassa, di quelle da indossare con le bretelle. Severino rideva, era rosso d’eccitazione. La indossò, appuntò un nastro tricolore alle bretelle e cominciò a percuotere a ritmo il tamburo. Il bambino intonò nuovamente la marcetta militare e tutti cominciarono a cantare. Il più ubriaco di tutti, quando il bambino gli saltellò accanto, prese una tovaglia e gliela mise sulle spalle a mo’ di mantello. Il bambino si fermò un istante per indossarla e rimase impettito come si fa di fronte alle più alte decorazioni militari.

La mattina dopo ripresero il viaggio ma il plotone avanzava lentamente. A Nove e ai suoi compagni si era aggiunto anche qualche avventore della Locanda dell’Oca ma almeno cinque di essi giacevano sdraiati sul fieno del carro accanto al cannone. Per nasconderlo meglio, aveva detto uno di loro e in effetti, addormentandosi sopra, lo aveva quasi interamente coperto. Ai due somari si era aggiunto un vecchio mulo; il bambino col cappello di cartone e la mantella bianca gli era seduto in groppa suonando il piffero. A terra Severino scandiva il tempo battendo sul tamburo, inferocito nel vedere i compagni di marcia non stare al passo. Otto illustrava al vecchio la qualità del riso che vendeva nella sua drogheria. Nove non smetteva di cacciare il cane pulcioso che lo seguiva trotterellando come il migliore dei soldati. Ormai si vedevano le colline e i filari di vigna facevano capolino qua e là.
Marciarono così lenti che la sera, avvistata una fattoria che affittava delle stanze, chiesero ospitalità al trattore. Quello rimase perplesso nel vedere quello strano plotone ma era un uomo di buon cuore e mise a disposizione il granaio. L’oste della prima locanda, che non accettava il concetto di espropriazione patriottica per rispetto della categoria, offrì di tasca propria la cena ai compagni.
Cenarono seduti ad un grande tavolo al centro dell’aia, osservando le colline di fronte. Mentre il trattore serviva risotto al burro e cipolle, le donne della fattoria si misero a raccontare quello che avevano visto a Torino qualche mese prima e come a loro, che venivano dalla campagna, sembrava tutto uno storia da signori. Sotto il portico, un uomo con il cilindro fumava la pipa, ascoltandoli con un sorriso.
«Chi è quello?» chiese Nove al trattore.
«Un uomo della città. E’ appena tornato da Torino, va a casa sua»
«E’ un patriota?»
Il trattore sorrise: «Siamo tutti patrioti oggi, signore. Lei no?»
Nove lo guardò offeso: «Che domande! Anche più di patriota, direi…»
«Ah…» rispose il trattore forse senza capire. Fece per andarsene ma tornò subito: «Cosa andate a fare esattamente a Torino, voi?»
Nove guardò Otto, che gli era a fianco: «Andiamo a fare l’Italia» disse semplicemente. Otto lo osservò con gli occhi semichiusi ma poi vide le donne portare il brasato e non pensò più a Nove. L’uomo col cilindro si mise a tavola con gli altri e mangiò tranquillamente, sorridendo alle battute.

Bevvero tanto che l’indomani mattina si svegliarono tardi. Tre giorni di marcia cominciavano a pesare nelle gambe, nello stomaco e nella testa. Alcuni uomini non volevano alzarsi e Nove era furioso. Camminava a grandi falcate come un generale il cui esercito si ripiega; il vecchio e il cane lo guardavano passare seguendolo con lo sguardo e il collo. Il bambino col cappello di cartone e la mantella bianca li aspettava accovacciato su una staccionata. Otto faceva colazione con un bicchiere di latte accanto all’uomo col cilindro che leggeva il giornale.
Nove li raggiunse rosso di rabbia: «Niente da fare, la metà degli uomini non vuole partire stamattina, non si svegliano» sibilò tra i denti per non esplodere. Otto non osava rispondere e cominciava ad avere la testa confusa ripensando alla sua drogheria e ai suoi clienti che lo aspettavano.
L’uomo col cilindro appoggiò il giornale sul tavolo. «Chiedo scusa di intervenire in modo così impertinente, signori. Cosa pensate di fare una volta essere arrivati a Torino, per aiutare la causa italiana?»
Otto rimase fermo, senza fiatare. Nove alzò lo sguardo verso l’uomo e parlò senza quasi muovere la mandibola «Andiamo a uccidere il Re del Piemonte prima che diventi Re d’Italia.»
«…per il bene del paese.» si affrettò ad aggiungere Otto.
L’uomo corrugò la fronte senza scomporsi. Poi parlò: «Sono sicuro che siete spinti dalla migliore delle intenzioni, signori. Ma sono costernato nel dirvi che Vittorio Emanuele II da oggi è ufficialmente il Re d’Italia.». Poi si pulì la bocca e si alzò, indossando il pastrano.
Nove era impallidito, bianco come un cencio lavato, Otto lo guardava terrorizzato.
Mentre l’uomo apriva la porta che donava verso la corte, Nove chiese senza muoversi: «Lei come lo sa?»
L’uomo si voltò: «Le due camere del parlamento pochi giorni fa hanno votato la prima legge della nuova legislatura. Oggi la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il testo della legge.»
«Gazzetta cosa?» chiese Otto senza capire
«La Gazzetta Ufficiale è il giornale che pubblica le leggi entrate in vigore. Lo so perché ci lavoro.» Poi si voltò verso Nove che teneva la testa bassa: «Sono un semplice funzionario statale, eseguo gli ordini. Come tutti del resto.» Chiuse la porta senza salutare ma facendo un sorriso bonario.
Silenzio.
Nove si alzò, guardò Otto e se ne andò, senza chiudere la porta. Otto uscì e camminò fino alla staccionata dove sedevano il vecchio e il bambino col cappello di cartone e la mantella bianca: «Non c’è più niente da fare.» disse «Ognuno torni a casa sua.» Il cane fece un verso da cane, di quelli che sembrano un fischio.
«Non si fa più l’Italia?» chiese il vecchio
«Quella è già fatta» sorrise Otto. Prese un somaro e cominciò a camminare in senso opposto, verso casa.
Il bambino lo rincorse, correndo lungo la scarpata:
«Signore, aspetti» urlò.
«Se l’Italia è fatta io sono contento.»
Sorrise. «Non mi sa dire dov’è Torino?»
«Di là, oltre le colline» indicò Otto.
«Grazie, signore.» e si mise a salterellare, suonando il suo piffero, dirigendosi dove indicava il dito. Il cane lo seguì con la lingua di fuori, trotterellando a tempo di musica.
Otto restò fermo ad osservare il bambino discendere la collina fino al punto in cui la costa riprendeva a salire divenendo un’altra collina. Lo seguì con gli occhi, fino a quando riuscì ad intravedere solo un punto bianco. Poi anche il punto bianco sparì.
Chiudendo gli occhi e allungando le orecchie, si udiva solo la musica di un piffero che intonava una marcetta militare.