Leggendo i giornali, e ascoltando quanto dicono molti nostri politici e imprenditori, sembra che tutti i mali del mondo del lavoro italiano siano riconducibili ad un unico “mostro”: l’articolo 18. Di fatto, la Legge 20 maggio 1970, n. 300, della quale l’articolo 18 fa parte, non è altro che lo Statuto dei Lavoratori. L’articolo in questione, accusato di frenare l’occupazione e di difendere i fannulloni, si limita a disciplinare il reintegro del lavoratore qualora fosse stato licenziato senza una giusta causa. Attraverso questo articolo, non si difendono i lavativi, ma si tutelano i lavoratori dagli abusi degli imprenditori. Infatti, è grazie all’articolo 18 se le donne che rimangono incinte, o che devono assentarsi dal lavoro per accudire ai figli, non vengono licenziate all’istante. Ed è sempre grazie al medesimo articolo se non si può licenziare per motivi religiosi o razziali. O se le lavoratrici possono opporsi alle molestie di qualche capo troppo “appiccicoso” senza rischiare il licenziamento.

E così, mentre i lavoratori onesti vengono tutelati dalle discriminazioni, i ladri e i fannulloni possono essere licenziati in qualunque momento. Chi ruba può essere licenziato all’istante. Ci sono sentenze della Corte di Cassazione che riconoscono il licenziamento anche per l’invio di messaggini dal cellulare aziendale (si veda la Sentenza 9 luglio 2007, n. 15334 della suprema Corte di Cassazione). E chi non fa il proprio lavoro correttamente, o arriva tardi, può essere licenziato tramite le lettere di richiamo. Alla terza che ricevi in due anni sei fuori. I contratti collettivi nazionali prevedono sia il licenziamento per giusta causa (furto o offese gravi ai superiori), sia quello per giustificati motivi (troppe assenze). Incentrare la discussione della riforma del lavoro, sull’abolizione di questo articolo significa sviare l’attenzione dai veri problemi. Una riforma seria dovrebbe risolvere principalmente la tragedia del lavoro precario e il dramma di chi perde il lavoro a 50 anni.

Andrebbero aboliti tutti i contratti capestro che oggi sono a disposizione degli imprenditori, e, soprattutto, bisognerebbe garantire chi perde il lavoro, a prescindere dal tipo di contratto e dall’età anagrafica o lavorativa, con un salario che lo tuteli fino a quando non sia di nuovo impiegato. La flessibilità deve accompagnarsi con la sicurezza. In Danimarca e in Germania funziona così, e, infatti, in questi paesi chi rischia il licenziamento non sale sulle gru, non blocca treni e autostrade, non si incatena nelle vie principali. Semplicemente attende, retribuito, che il collocamento gli procuri un nuovo lavoro, oppure partecipa ad un corso di riqualificazione professionale per facilitare la ricollocazione.

La nostra flessibilità, invece, pesa solo sulle spalle dei lavoratori. Da noi flessibilità significa facilità di licenziamento e totale assenza di ammortizzatori sociali. Una tragedia. La vera urgenza non è togliere le garanzie e le tutele ai lavoratori che le possiedono, ma estenderle a coloro che non le hanno.  I nostri imprenditori, incapaci di trovare prodotti innovativi, di aumentare l’efficienza e la produttività, sperano di rimanere competitivi grazie ai bassi salari e a condizioni di lavoro da servi della gleba. Ma i lavoratori italiani sono già i meno pagati d’Europa. E nonostante questo, l’Italia non cresce. Nel periodo 1951 – 1963, invece, i bassi salari innescarono il Miracolo Economico Italiano. È evidente che i problemi della nostra economia non sono imputabili ai lavoratori. Il sistema italiano manca di competitività, innovazione produttività.

Le aziende non assumono perché l’Italia non cresce da venti anni, e molto probabilmente il 2012 sarà un anno di recessione. I lavoratori sono le vittime di questo stato di cose, non la causa. Abolire anche l’ultima possibilità di difendere la propria dignità non migliorerà la nostra competitività, né stimolerà la nascita di una seria politica industriale. L’occupazione va creata con la crescita, non con la precarizzazione. Anzi, secondo uno studio compiuto dagli economisti de Lavoce.info, la causa principale della nostra decadenza economica sono i contratti atipici. Infatti: «I contratti a termine hanno un impatto negativo sugli incentivi ad accumulare capitale umano specifico». I ricercatori ritengono che il peggioramento della nostra produttività non dipenda da un rallentamento dell’accumulazione dei fattori di produzione, ma dalla diminuzione dell’efficienza con cui questi sono utilizzati. In sostanza la produttività del lavoro scende, perché il lavoratore precario non viene né formato, né motivato dalle aziende. Una riforma che non tenga conto del valore del lavoratore non porterà ad un reale ammodernamento del nostro sistema produttivo, lasciandoci nella nostra arretratezza sociale e industriale.