Cos’hanno in comune la fantascienza e il fantasy e l’Africa? All’apparenza poco, in realtà moltissimo. Se ne è parlato al Festival della letteratura di Mantova e, tra i vari punti di vista esposti, mi ha colpito in particolare quello di Stacy Hardy scrittrice e artista sudafricana. La Hardy sottolineava l’importanza del discorso sociale nella fantascienza africana e citava una pellicola del 2009, District 9 che racconta la storia di un’invasione aliena molto particolare. Nel film si racconta la storia di un gruppo di alieni allo sbando, sporchi e denutriti che, un bel giorno, compaiono nei cieli di Johannesburg e rimangono sulla loro colossale nave finché una squadra d’esplorazione sudafricana li porta in salvo sulla terraferma. Ma la convivenza tra umani e alieni non è semplice: questi ultimi vengono discriminati e malvisti. Si decide, o meglio, gli umani decidono di creare un ghetto – il distretto 9 – destinato esclusivamente agli alieni da segregare in regime di apartheid. Questo è solo uno dei tanti esempi portati dalla Hardy delle tematiche sociali che compaiono nei lavori degli autori africani i quali, sempre più spesso, optano per la fantascienza o per il fantastico per raccontare la loro realtà. Cheikh Tidiane Gaye – poeta e scrittore senegalese che vive e lavora in Italia da diversi anni e che si dichiara appartenente al movimento della Negritudine – si domandava (partendo dalla definizione di fantascienza che dava Todorov) se questa fascinazione per la fantascienza degli autori africani non mettesse a rischio la preservazione delle tradizioni africane.