Domenica e lunedì noi italiani abbiamo il diritto e il dovere di andare a votare per il nuovo parlamento. Al di là delle vicende più o meno serie che ci hanno portato ad esprimere nuovamente la nostra preferenza, a di là di una campagna elettorale fortunatamente breve, al di là delle esternazione più o meno estemporanee che ci vengono proposte fino all’ultimo giorno, bisogna prendere coscienza che questa volta non si possono fare errori.
Prima cosa: bisogna votare. Fare in modo che il paese si risvegli dalla mania di delegare a pochi il comando (da cui la casta). bisogna fare in modo che il paese voti in modo cosciente ed adulto! Questo vuol dire: comprendere che l’Italia è in una condizione poco felice e che se anche questa volta si sbaglia non si avrà alcuna possibilità di recuperare il tempo perduto. La nostra non è una indicazione di voto. Che Medeaonline sostenga il PD questo è ben evidente sin dalla homepage: crediamo che solo il PD rappresenti una forza responsabile, in grado di governare il paese. Ma con questo editoriale ci rivolgiamo a tutti: elettori di destra, centro e sinistra, chiedendo semplicemente di partecipare questo fine settimana alla vita democratica della nostra repubblica, votando con coscienza e responsabilità. Perché il nostro paese ha bisogna di una risposta dalla comunità civile. Perché il popolo italiano, di fronte all’evidente incapacità di risposta della nostra classe politica, deve rendersi partecipe alle scelte e delegare una compagine in grado di far uscire il paese dal pantano nel quale si trova. E per motivarvi vi proponiamo un paio di constatazioni e vi diamo un consiglio.

Le indicazioni sono semplici: l’Italia da dieci anni è bloccata, non ha avuto alcun progresso dalla metà degli anni novanta. Se un turista visitasse l’Italia del 1998 e quello del 2008 troverebbe lo stesso paese. Unica differenza: le auto in strada, la musica alla radio e la moda del vestito (e già nel 1998 avrebbe visto molte più auto italiane in giro…). Per tutto il resto, il visitatore avrebbe trovato gli stessi identici treni obsoleti, le stesse autostrade con gli stessi cantieri non finiti, la linee veloci mai finite. E qui parliamo solo delle reti, delle infrastrutture: ma non è roba da poco, è l’anima del movimento di un paese, ce l’hanno insegnato i nostri bisnonni della Roma antica e noi oggi lo stiamo dimentichiamo. E mentre il resto dell’Europa si è dotata di moderne infrastrutture, l’Italia è rimasta ferma agli anni ’80 o quasi. E senza questo non si va da nessuna parte.

Ma se questo delle infrastrutture è solo un esempio, bisogna considerare il famoso “sistema paese” nella sua totalità. Noi crediamo che ci siano tre parametri per parlare di un paese che funzioni: A) avere i conti in ordine, B) fornire gli stessi servizi degli altri paesi simili (e per noi sono i paesi dell’Europa occidentale), C) avere una certa ambizione di “fare meglio degli altri”. Che non vuol dire essere nazionalisti o imperialisti, ma semplicemente difendere la propria identità, specificità, mostrando di essere utili al mondo e a se stessi. In fondo un po’ di sana ambizione non ha mai fatto male a nessuno e ha fornito risorse per la collettività.
Ebbene l’Italia ha a mala pena soddisfatto il primo punto (avere i conti in ordine), il che vuol dire che di solito non li abbiamo ma qualche governo ha fatto lo sforzo di impegnarsi. Ebbene che poi si mandi a casa la gente che lavora seriamente, beh questo non rientra negli argomenti di questo articolo. Stiamo facendo delle pure constatazioni.

Continuiamo dunque con le constatazioni: andiamo al punto B: essere al passo con gli altri paesi europei. Ebbene su questo punto siamo deficitari, o meglio, tornando a quanto detto prima, siamo in ritardo. L’Italia fino agli anni 70-80 era uno dei paesi più avanzati del mondo, ed ora ci siamo fermati mentre il mondo continua la sua corsa. E il ritardo è diventatati decennale, tanto più che perdere cinque, dieci anni oggi equivale a perderne trenta nel 1960 (gli ordini di grandezza sono molto, molto, cambiati.). I nostri vicini, gli altri stati europei, si sono dotati di infrastrutture, servizi sanitari, sistemi energetici, legislazioni, che noi non abbiamo pensato minimamente di adottare, persi a difendere interessi di parte, più o meno piccole. E in questo contesto, non abbiamo difeso le nostre imprese, non abbiamo difeso il lavoro, non abbiamo difeso il potere d’acquisto: non abbiamo difeso nulla. E ora il paese si trova strangolato in tutte le direzioni: le nostre imprese spesso cedono il passo a quelle straniere e i nostri salari sono i più bassi della vecchia Europa. Ergo: senza imprese e famiglie che produco e consumano inizia la recessione; e così sarà ben presto se non si agisce.

È qui l’ambizione che bisogna ritrovare (punto C di cui sopra): volere dimostrare al mondo che l’Italia esiste ancora ed è combattiva, vuole mostrare il suo lato creativo, produttivo, culturale (già, anche la cultura: come sono lontani gli anni, molto recenti, in cui l’Italia esportava romanzi, film, musica…). Il ministro Padoa Schioppa ha scritto pochi mesi fa un libro interessante “Un’ambizione modesta” in cui spronava gli imprenditori (e aggiungiamo i lavoratori) a voler far grande questo paese.

E all’interno di un mondo globale ipercompetitivo, l’Italia sta reagendo come un bambino che ha paura, o meglio come un anziano signore che pensa solo alla sua pensione, alla sua rendita. E, al di là dei motivi anagrafici che influenzano anche la campagna elettorale, spostando i temi caldi dai salari dei giovani verso le pensioni dei nonni, l’Italia ha bisogno di un programma, di un progetto. Ed è quello che non è stato fatto in questi dieci anni o perché è mancato o perché non è stato dato il tempo e le modalità di essere perseguito (non possiamo nasconderlo, chi scrive ha creduto in Romano Prodi sino alla fine…).
La verità è che il nostro paese, di fronte ai nuovi orizzonti globali, sta implodendo, rinchiudendosi in se stesso, economicamente, culturalmente, socialmente. Ebbene, se la politica non è stata in grado di rispondere alle nuove sfide, è giunto il momento che noi, la società civile, facciamo sentire la nostra voce. Innanzitutto agendo nella società, ogni giorno, essendo attivi, combattivi e ambiziosi, ponendosi qualche domanda in più, informandosi, lottando perché il nostro paese torni ad essere un produttore di merci, idee, cultura. E finalmente sappia dotarsi di quei servizi, legislazioni ed infrastrutture, senza le quali non potrà mai ricominciare questo processo. E, in secondo luogo, votando. Cioè dando un segnale forte alla classe politica, come un poco è già stato fatto in questi mesi, ma con più determinazione, più responsabilità e meno sfottò: d’accordo l’ironia, ma ad un certo punto bisogna rimboccarsi le maniche e impegnarsi in prima persona.

La società civile deve parlare domenica e lunedì. Perché vogliamo una classe politica leggitimata, che lavori, che non si trastulli a parlare di alleanze e “questioni politiche” ma dica: “il nostro paese ha bisogno di energia elettrica, di fonti rinnovabili, di scolarizzazione, di treni nuovi, di ospedali nuovi, di strade, di parchi, di mose (le famose dighe di Venezia), di essere connessa all’Europa, di poter arrivare a Parigi, a Londra, a Ancona, a Messina in poco tempo e con poca spesa, di un salario minimo garantito (1400 euro, come nel resto dell’Europa, non 1000!), di ammortizzatori sociali…” Insomma: di cose concrete. Concrete! Concrete! Concrete! E insieme, di aiutare le nostre imprese a essere concorrenziali in Europa, in Cina, negli Stati Uniti. Non si tratta di aiuti di stato, ma nemmeno di fregarsene come si è fatto fino a qui (con qualche eccezione)! Ci vuole programmazione, seguendo i tre punti indicati in precedenza: A) sistemare i conti, B) Ritornare al livello degli altri paesi europei C) dotarsi di un ambizione nazionale, imprenditoriale, sociale. Basta con gli steccati ottocenteschi tra capitalista e operaio (certa sinistra deve capire che il Marx ha scritto il manifesto nel 1848…): oggi è nell’interesse di tutti che i salari siano ottimi, che le aziende italiane vadano bene, che all’estero si preferisca scegliere italiano perché garanzia di qualità e competenza.

Il discorso è molto lungo e complicato, bastino queste constatazioni per renderci conto che il nostro paese ha dei problemi e bisogna avere il coraggio di affrontarli e risolverli. Dunque arriviamo ai consigli di voto. L’Italia ha bisogno di un governo forte, in grado di decidere, fare le riforme, aiutare le nostre imprese e i nostri salari. Per questo: é importante non votare i partiti che tradizionalmente sono piccoli. È necessario votare i soli due grandi partiti in grado di rispondere a queste sfide: PD e PDL. Eliminare dal parlamento le altre compagini. Non si corre maggior pericolo di spartizioni di poteri e lottizzazioni più di quanto sia avvenuto sino ad adesso.

E, nella scelta tra i due, preferire, a nostro avviso, il partito in grado di fornire continuità perché basato su una democrazia interna, su una tradizione democratica, sulla possibilità di organizzare un progetto nel lungo termine: e dunque il PD, caratterizzato da forze più giovani, più legate al mondo del lavoro e dell’impresa, su quella che potremmo definire la “possibilità di svolgere un progetto in modo organizzato, strutturato, serio, partecipativo, non personalistico”. E soprattutto con lungimiranza. Poi, naturalmente, ad ognuno di noi la libera scelta di votare per chi gli pare. Con il maggior senso di responsabilità e senso civico che possiamo.