All’indomani della decisione di Hollande di bombardare il Mali, possedimento francese fino al 1960, si torna a parlare di guerra in Nordafrica. L’iniziativa della Francia, presto sostenuta dalla Gran Bretagna e dalla comunità internazionale, si è svolta in un quadro di profondo disordine politico e rapida avanzata dell’islamismo radicale in tutta l’ex Africa settentrionale francese. In qualità di passata reggente a Bamako, la Francia ha sentito l’immediata urgenza di intervenire militarmente: un’iniziativa dettata dalla necessità di arginare il dilagare dell’estremismo islamico, evitando l’ennesima guerra civile, oppure dal bisogno di salvaguardare un’area ancora percepita come prolungamento del proprio territorio e una concentrazione di interessi e risorse che non possono finire in mano ad altri?

Il presidente della Francia François Hollande

La vicenda del Mali e del quasi istintivo intervento francese evidenzia luci e ombre del complesso rapporto tra l’Africa e le potenze (neo)coloniali, passate e presenti, che oggi controllano una parte consistente delle sue risorse. Tali potenze, come Francia e Gran Bretagna e con l’unica grande eccezione cinese, sono spesso le stesse madrepatrie coloniali che avevano lasciato formalmente l’Africa circa 30 anni fa. Il continente nero, dagli stati sahariani al corno d’Africa, passando per le foreste pluviali e il deserto del Namib, è sotto deciso attacco neocoloniale. Il ritiro politico gradualmente attuato in passato non si è ovunque accompagnato all’emancipazione economica e militare dall’Europa e dalle nuove potenze economiche giunte dall’Oriente. L’ombra degli interessi neocoloniali sui vecchi possedimenti si allunga e si aggrava in una prospettiva di crescente emarginazione politica dell’Europa e di pericolosa scarsità di risorse a livello globale. Ad essa si aggiunge la corsa sfrenata alla conquista di terreni, fabbriche e appalti per opere pubbliche da parte della Repubblica Popolare Cinese. Che anche la competizione tra economie globalizzate sia in fase di delocalizzazione? L’Africa sembra essere la destinazione privilegiata di tale processo. Era il 1960: si parlò di anno dell’Africa perché ben 17 stati in un sol colpo raggiunsero l’indipendenza. Il Mali tra di essi. La decolonizzazione era nel pieno del suo travagliato corso storico: il sud del mondo acquisiva una nuova consapevolezza politica e culturale e rivendicava il suo posto nel percorso di sviluppo dell’umanità. Il panafricanismo, in una fase generale di entusiasmo terzomondista e proposte di non allineamento, tentò di assolvere il compito di ideologia unificatrice di un continente estremamente variegato e, al contempo, di fungere da elemento di distinzione rispetto alle vecchie potenze occupanti.

Cinquant’anni più tardi, non può dirsi che gli stati africani si siano compiutamente resi indipendenti: alcuni vecchi rapporti di sudditanza con le passate madrepatrie si sono riproposti, pur informalmente e sottoforma di un neocolonialismo strisciante; nuove relazioni di dipendenza vanno instaurandosi con le tigri asiatiche, per prima la Repubblica Popolare Cinese. La penetrazione economica della Cina in Africa assume forme inedite rispetto alla colonizzazione politico-culturale portata avanti dagli europei, oggi spesso riproposta in chiave di partnership privilegiata e informale. La Repubblica Popolare Cinese non ha alcuna responsabilità coloniale rispetto agli stati africani e in forza di ciò incontra meno resistenze presso i governi locali e le opinioni pubbliche. La Cina, inoltre, ha molta liquidità da investire subito, accompagnata da iniezioni di manodopera qualificata pronta ad essere inviata sul posto per partecipare alla costruzione di strade, miniere, grandi opere. La Cina, con il suo miliardo e 300 milioni di abitanti, è assetata di materie prime e prodotti alimentari: la fabbrica del mondo produce per esportare a basso costo in Europa e negli Usa; nel frattempo, cerca risorse in Africa e delocalizza la produzione per la domanda interna nei paesi poveri del sud-est asiatico. Quella Cina che ha studiato per anni il capitalismo, nel laboratorio d’osservazione rappresentato dalle zone economiche speciali, oggi lo fa suo e lo radicalizza all’interno e verso l’esterno, con la potenza dirompente del regime autoritario bisognoso di fagocitare terra e materie prime. L’Africa rischia di diventare per la Cina quello che lei stessa è stata per l’Occidente: una vasta area di approvvigionamento a basso costo e a legislazione ambientale e del lavoro insufficiente se non del tutto assente.

L’euforia dell’agognata indipendenza non ha purtroppo lasciato il posto a seri progetti di sviluppo politico ed economico. Il continente nero continua ad essere falcidiato dalla povertà, dalle epidemie, dalle guerre e dall’irresponsabilità delle classi dirigenti che l’hanno governata, che siano state straniere o autoctone.  È naturalmente impossibile paragonare la situazione del Nordafrica, oggi all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale per la fioritura dirompente della primavera araba e delle infiltrazioni dell’islamismo radicale, a quella dell’Africa Sub-Sahariana, rimasta a lungo ai margini della globalizzazione e oggi pedina di un grande gioco che la vede, ancora una volta e con poche eccezioni, attore subalterno rispetto alle potenze di turno. Eppure, tracce di un disegno neocoloniale sono ravvisabili nelle vicende attuali dell’Africa tutta: dalla Somalia stato fallito al Mali che forse sarà una nuova Libia, passando per il Congo e il Centrafrica divorati dalla guerra civile, oggi i paesi europei e la Cina partecipano in modi nuovi all’accelerazione del dissesto africano. C’è chi lo fa con rifornimenti d’armi ai ribelli o acquistando a prezzi stracciati importanti giacimenti minerari; chi preferisce appoggiare governi autoritari di comodo, compiere trivellazioni petrolifere disastrose per l’ambiente e la salute, lavandosi la coscienza con estemporanei aiuti umanitari, spesso insufficienti o inadeguati.

Pare che il legame tra Africa e resto del mondo, ormai sovraccarico di contraddizioni e tensioni, sia sul punto di implodere nuovamente, come già accaduto tra gli anni cinquanta e gli anni settanta del secolo scorso. La decolonizzazione aveva tuttavia lo scopo di liberare le forze africane rispetto ad un’oppressione esplicitata dal rapporto di dominio politico di un popolo su un altro. La libertà agognata allora sembrava poter essere l’inizio di un percorso di sviluppo alternativo e autonomo. Il mondo di oggi è tuttavia profondamente diverso: culturalmente compresso e popolato di interdipendenze politico-economiche, difficilmente potrà ospitare una nuova fioritura panafricana come l’abbiamo conosciuta e che, ad oggi, sembra aver fallito. Ripensando alla recente vicenda del Mali e a tutte le guerre d’Africa che hanno conosciuto, in vari modi, una partecipazione esterna, cito l’afroamericano Malcom X, leader della lotta contro la segregazione razziale negli Stati Uniti: «Non si può separare la pace dalla libertà, perché chi non è libero non può essere in pace».