E’ morto Youssef Chahine (pseudonimo di Yūsuf Shāhīn), il più celebre dei registi egiziani, aveva 82 anni. Un grande maestro del cinema africano che ha saputo raccontare attraverso i decenni le contradizioni del suo paese e della terra magrebina , con uno sguardo politico, introspettivo, surreale. Più noto forse all’estero che in patria – aveva ottenuto anche un premio speciale alla Carriera al Festival di Cannes del 1997 – era spesso paragonato a Federico Fellini. Rendiamo omaggio ad un artista poco conosciuto in Italia, un paese troppo spesso intento a perdersi nel suo (ormai) imbarazzante provincialismo culturale, fatto di pellicole sulle belle estate ai lidi italici (ma non stiamo mica parlando dei Vitelloni…) e sui progetti più o meno riusciti di fiction sul Barbarossa. Nato ad Alessandria d’Egitto, Shāhīn – i cui genitori erano cristiani – mosse i suoi primi passi scolastici presso una scuola di frati di Alessandria e proseguì i suoi studi nel locale prestigioso Victoria College. Dopo un anno nell’Università di Alessandria d’Egitto, si recò negli USA per studiare nella Pasadena Playhouse. Ricoverato a Parigi per una emorragia cerebrale nel giugno 2008 è morto al Cairo il 27 luglio 2008.
Dopo il suo ritorno in Egitto, indirizzò i suoi interessi verso la regia. L’esperto di cinematografo, Alvise Orfanelli aiutò Shahin nella lavorazione del film. Il suo film da debuttante fu Bābā Amīn (1950): un anno dopo, con Il ragazzo del Nilo (1951) fu per la prima volta invitato al Festival del cinema di Cannes. Nel 1970 conseguì il premio Tanit d’oro al Festival cinematografico di Cartagine. Con Il passero (1973), in cui mostrava le sue opinioni politiche circa la situazione egiziana susseguente alla Guerra dei sei giorni contro Israele, diresse la prima co-produzione egitto-algerina. Vinse un orso d’argento al Berlinale per Alessandria… perché? (1978), la prima puntata in quella che sarebbe stata una quadrilogia autobiografica, completata con Una storia egiziana (1982), Alessandria, ancóra e ancóra (1990) e Alessandria…New York (2004). In uno di questi film Il sesto giorno, l’adattamento della novella scritta in francese dallo scrittore libanese André Chedid, la famosa cantante francese Dalida fu la protagonista, nel ruolo di una povera donna egiziana.
Nel 1992 Jacques Lassalle lo avvicinò per mettere in scena una pièce di sua scelta per la Comédie-Française: Shāhīn scelse di adattare il Caligula di Albert Camus, che riscosse un significativo successo. Lo stesso anno iniziò a scrivere L’emigrante (1994), una storia ispirata al personaggio biblico di Giuseppe, figlio di Giacobbe, un progetto di antica data che realizzò nel 1994. Un film che creò una controversia in Egitto fra l’ala progressista e i fondamentalisti che si opponevano alla sua descrizione dei personaggi nel film (si ricordi che Giuseppe e Giacobbe sono riconosciuti profeti anche dalla tradizione islamica, col nome di Yūsuf e Yaʿqūb).
Nel 1997, a 71 anni, la sua opera ebbe un riconoscimento al Festival del Film di Cannes, con un premio alla carriera in occasione del 50° anniversario del Festival. A lui si dice sia dovuta la scoperta di Omar Sharif, il cui primo ruolo da protagonista fu nel film di Shāhīn, Lotta sul fiume che in inglese si chiamò The Blazing Sun (1954). Egli affidò anche un ruolo all’esordiente Nadia Lutfi, affidandole la parte della vittima di un omicidio nel film Bāb al-Ḥadīd (Porta di ferro, uscito in lingua inglese col titolo Cairo Station).
Controversie sono esplose in seguito alla proiezione di numerosi suoi film. Il passero attaccava la corruzione egiziana e accusava il suo paese per la catastrofica sconfitta nella Guerra dei sei giorni. Non minori polemiche si ebbero nel film Il destino, in cui la figura del filosofo razionalista Averroè è costretto a subire l’ottusa prepotente censura religiosa dei dominatori almohadi di al-Andalus, con chiaro riferimento al ruolo reazionario esplicato dal fondamentalismo islamico contemporaneo, in Egitto e in tutto il mondo islamico, contro lo stesso Islam, di per sé assai più duttile e tollerante di quanto non faccia piacere ai suoi detrattori in Occidente.
Le serie autobiografiche fanno frequentemente esplicito riferimento alla sua bisessualità. In Alessandria… Perché?, ambientato nella Seconda guerra mondiale, un soldato britannico e un uomo egiziano diventano amanti. In Alessandria… Perché?, il regista ha vari amanti maschi e numerose amanti femmine, sia reali, sia immaginari. In Porta di ferro/Cairo Station, per quanto sia un classico del cinema egiziano, Shāhīn turbò gli spettatori per le simpatie espresse nei confronti di una “donna perduta” e per la violenza con cui questa viene assassinata. Insomma: una carriera coraggiosa, segnata dal coraggio della denuncia e dalla qualità visiva degna di un grande maestro del cinema del novecento.

Fonte : wikipedia