Cos’è davvero il Marocco lo si legge negli occhi delle sue donne. Berbere dai lineamenti affilati dalla sabbia del deserto, i bambini avvolti in scialli colorati sulle spalle, arabe dagli occhi d’ambra liquida, le labbra rosse grazie ad una mescolanza di petali di papavero essiccati. Hanno una sensualità magnetica in cui l’hijab, e cioè il velo corto che lascia scoperto il viso, e il niqab, il velo che copre interamente il viso tranne gli occhi, non fa che aggiungere fascino e mistero ad un pudore che, più che un divieto di mostrare il proprio aspetto, riguarda la parte più intima di ciascuna, una volontà di preservare la propria bellezza e di non farla giudicare dagli occhi del mondo.
«Voi occidentali pensate spesso – spiega Alima, marocchina di Casablanca, sposata ad un tunisino da dieci anni – che il velo sia un simbolo di oppressione e di sottomissione della donna all’uomo. Per noi non è così. Impariamo ad indossarlo solo quando la nostra femminilità sboccia e questo fa capire che non è un’imposizione dall’infanzia, ma una consapevolezza personale per il fatto che si sta per assumere un nuovo ruolo di moglie e di madre».

In arabo non esiste un termine specifico per indicare la “donna” mentre si è solo “la madre di..” o “la moglie di…”?
«Anche questo fa parte della nostra cultura e della nostra tradizione. E non è certamente da attribuire a fanatismi religiosi o a chiusure mentali. Anche voi vestite il lutto quando muore qualcuno e il fatto di non indossare più nemmeno un colore, ma solo il nero, a noi risulta strano quanto a voi di vedere il nostro velo. Il nostro quotidiano fa parte della religione. Il velo è importante perché fa parte della vita delle donne: con scialli e veli possono allattare ovunque, senza richiamare l’attenzione su di loro, proteggendo al tempo stesso il bambino da polvere e mosche. Forse talvolta siete voi ad essere a disagio nell’accudire i bambini in queste condizioni».

Se non portate il velo per fanatismo religioso, come vi comportate ad esempio durante il Ramadam?
«Bisogna sapere bene che cosa dice il Corano: il Ramadan si fa a partire dai sedici anni (da quando più o meno è finito lo sviluppo) e non è un obbligo. Può farlo chi ne ha voglia. Quando allattavo Redi (in arabo vuol dire Benedetto) mi sono astenuta. Lo stesso vale per gli anziani che devono prendere una medicina o per le donne che hanno il ciclo».

Hai scelto tu chi sposare?
«Sì. Mi sono impuntata con mio padre. Prima ero fidanzata con un ragazzo marocchino bellissimo (anche l’occhio vuole la sua parte), ma aveva una madre impossibile e così l’ho lasciato. Il mio attuale marito, invece, era libero da vincoli materni ed io mi sono sentita più tranquilla rispetto alla famiglia che volevo formare e ho scelto lui».

(Fotografie di Valentina Coluccia)