Praga ha una bellezza diversa a seconda dello sguardo con cui la osservi. È antica e riservata se passeggi per le vie della città vecchia, vicino alla torre di Malá Strana e con lo sguardo gettato in alto, verso le cupole della chiesa di San Nicola, alle spalle le torri di Staré Město e dell’acquedotto; è frastornante e multietnica lungo il ponte Carlo all’ombra delle statue che sembrano esaminarti con uno sguardo malinconico e sentimentale ma anche sottilmente demoniaco e, in questa direzione, è persino gotica e inquietante nelle parole di un suo grande figlio d’arte, praghese di nascita, Franz Kafka. «Praga non mi libera. – scrive Kafka ad un amico nel 1902 – Non scioglie i legami fra noi due. Questa matrigna ha gli artigli. Allora bisogna sottomettersi, oppure dovremmo incendiare due punti, il Vysegrad e il Castello, allora sarebbe possibile liberarsi».

E sempre seguendo il filo delle emozioni e sensazioni che ci trasmette Kafka in tutti i suoi scritti, passeggiando per Praga si viene pervasi da un senso di straniamento e come da una certa sensazione di essere scrutati a fondo, nell’animo. La sensazione continua sulla pelle anche quando, dopo aver attraversato il piazzale del Castello, ci si trova davanti alla grandiosa maestosità della Cattedrale di San Vito, edificio possente e maestoso di chiara matrice gotica che ha impiegato oltre mille anni per erigersi in tutta la sua solenne ma anche malinconica bellezza, quasi come se ognuna di quelle massicce pietre antiche fosse un monito alla superficialità del vivere e un invito alla ricerca delle proprie radici. Un raggio di sole illumina invece in evidente contrasto col resto il Vicolo d’Oro: un’affascinante vicoletto dove si pensava abitassero gli alchimisti e i chimici che alla corte di re Rodolfo II d’Asburgo cercavano di creare la pietra filosofale, quella trasformasse ogni cosa che toccava in oro. Il calore della via non si percepisce solo dai suoi colori o dalla delicata perfezione delle sue piccole casette ma soprattutto dalla vivacità del viavai che vi sia gita e che alleggerisce l’animo e i pensieri .

Per finire questa piccola incursione nel mondo in cui abitò lo scrittore praghese e che sembra essere parte di ogni suo personaggio non si può non dirigersi verso il quartiere ebraico dopo, oltre il municipio, la Pinkasova Sinagóga, la Sinagoga Vecchia-Nuova, al di là di queste stradine piccole e quasi attorcigliate su se stessi si trova il vecchio cimitero ebraico con le sue lapidi affastellate le une sulle altre come a proteggersi dal gelo della vita fuggita, ma Kafka non riposa qui. E’ invece sepolto , con i suoi genitori, nel cimitero nuovo, sotto una lapide bianca che sembra racchiudere, nella sua delicata semplicità, tutta la pace che lo scrittore cercò nella sua vita.